Due incontri con titolo italiano in palio faranno parte dell’evento del 4 luglio al Pala Tiziano di Roma organizzato in partnership dalla

Due incontri con titolo italiano in palio faranno parte dell’evento del 4 luglio al Pala Tiziano di Roma organizzato in partnership dalla


Jermall Charlo (34-0, 21 ko) tornerà sul ring il 25 luglio in Australia (non è ancora stata annunciata la città dove si svolgerà l'evento) nella serata imperniata su Errol Spence jr vs Tim Tszyu.
Il pugile, 36 anni, ha combattuto una sola volta nel 2025 battendo Thomas Lamanna per ko al sesto round. Prima di quella vittoria, l’ultimo suo match era datato novembre 2023. L'avversario dovrebbe essere un australiano.

Eddie Hearn dice (a Boxing News 24)che il modo in ci si è concluso il primo match, potrebbe stimolare una rivincita. E dà un consiglio a Oleksamdr Usyk:
“Affronta Rico Verhoeven in Olanda, lui merita una seconda opportunità. Se l’è guadagnata sul ring."
Poi aggiunge.
“Probabilmente vincerai e potrai chiudere la carriera alla grande.”
E Agit Karbayel? E gli altri che nel rispetto delle regole sono in attesa da molto tempo?
Il presidente del WBC, Mauricio Sulaiman, ha affermato che il regolamento dice che il prossimo avversario di Usyk dovrà essere Karbayel.
Ma quanto valgono oggi i regolamenti?
Basta guardare la carriera di Usyk ... Nei cinque anni in cui è stato campione del mondo dei massimi ha difeso una sola volta il titolo contro lo sfidante ufficiale.

(Salvatore Cavallaro sr.)
Domani, sabato 30 Maggio alle h.19.30, la parte dilettantistica del programma darà il via alla manifestazione pugilistica del PalaSpedini di Catania, incentrata sui quattro successivi combattimenti professionistici.
Occhi puntati ovviamente sul trentenne beniamino di casa, il supermedio Salvatore Cavallaro, il quale ha sino ad oggi disputato due combattimenti a torso nudo battendo ai punti il venezuelano Omar José Leones Loiz nello scorso ottobre e per DT alla 3^ ripresa il messicano Alexander Alfallo Perez in Febbraio. Il mancino catanese, con un lungo passato dilettantistico di alto livello alle spalle (178 match!) e vari podi internazionali conquistati anche ai Mondiali, Europei e Giochi del Mediterraneo, si troverà di fronte un trentacinquenne pugile della Georgia, Iago Kiziria (11 vittorie, 19 sconfitte).
Sulla carta, dovrebbe trattarsi di un ulteriore test di Cavallaro verso la maturazione di pugile a torso nudo ma, in ogni caso, dovrà tenere gli occhi aperti perchè Kiziria ha ottenuto 7 delle 11 vittorie in carriera per ko. Il nostro rappresentante è ormai vicino ai 31 anni e non può concedersi nè distrazioni né un prolungato tirocinio, quindi non c'è da dubitare che si sia preparato al meglio e che farà di tutto per entusiasmare i suoi sostenitori e avvicinarsi ad appuntamenti sempre più difficili e prestigiosi.
Di scena anche il cugino peso medio e omonimo (entrambi hanno ereditato il nome dal nonno), Salvatore Cavallaro jr, alla seconda prova da professionista, dopo avere debuttato vittoriosamente in Febbraio contro il messicano Javier Castaneda Dominguez. Si batterà con il trentatrenne panamense residente in Spagna Javier Castaneda Dominguez (15-31-1; 6 ko).
Tra i mediomassimi, il combattivo trentenne mancino di Augusta, Claudio Kraiem (8-12-1), sarà opposto al trentunenne della Georgia Pridon Kakitashvili (2-16-0), abituato a battersi un po' dovunque sui ring europei.
Sarà infine la volta del debuttante siculo Aldo Neglio, per il quale è stato ingaggiato il terzo georgiano del programma, il ventiseienne Konstantine Jangavadze (7-44-5), chiamato a fargli da "apripista" per un futuro ancora tutto da scrivere.

Leo è un omino che sorride. Neppure nei momenti di maggiore tensione si mette la maschera del guerriero. Ha un’infanzia turbolenta, perde il papà in giovane età, emigra in una terra che non conosce.
Una donna gli cambia la vita, due bambini gliela rendono felice.
Ho visto Bundu volare e ho sorriso. Ma attenti, perché anche a lui, come ai francesi quando vinceva Bartali, a volte girano le balle. E allora è meglio stare lontani. Si rischia di finire al tappeto.
Il ricordo più bello? Il match con Petrucci a Roma, 8000 spettatori sulle tribune del Pietrangeli. E poi il ring di Wolverhampton. Ho ancora negli occhi quel momento di bravura assoluta. Leo si piega leggermente sulla sinistra, prende la mira e infila il montante sotto il gomito destro di Frankie Gavin. Il pugno centra il bersaglio. Il britannico resta in piedi per un paio di secondi e finisce giù, al tappeto. Il resto conta poco. Negli occhi mi rimangono le immagini di quel piccolo capolavoro. Nel cuore custodisco la consapevolezza che sia opera di un campione che non ha avuto (in popolsrità) il riconoscimento che avrebbe meritato.

Dieci anni fa Muhammad Ali se ne è andato via per sempre. Da quel 3 giugno 2016, ogni giorno qualcuno lascia un ricordo, un pensiero, un oggetto sulla sua tomba al Cave Hill Cemetery di Louisville.
Sulla lapide c’è una scritta.
“Assistere gli altri è l’affitto che paghi per la tua stanza in Paradiso.”
Nn è stato il migliore di sempre, nella sua categoria Joe Louis gli è stato superiore. È stato il più popolare sportivo di ogni tempo. Ha attraversato il mondo della boxe con la forza di un vento impetuoso. E ha spazzato via tutto. Vinceva per ko, quasi sempre senza apparire brutale. Sul ring aveva il carisma di un poeta romantico, parlava un linguaggio universale, quello della bellezza del gesto. Anche per questo era amato da nonne e nipoti, donne e uomini, giovani e anziani.
Milano, dicembre 1991
È entrato nelle nostre case nell’estate del 1960, si chiamava ancora Cassius Clay. Aveva cominciato a ballare sul ring del Palazzo dello Sport romano, spiegando al mondo che anche il pugilato dei colossi poteva essere arte. Aveva vinto l’oro olimpico nei mediomassimi. Col tempo avrebbe perfezionato la formula magica. Tanto talento, un infinito carisma e una voglia profonda di mettersi sempre in gioco.
Sa qualche parola di italiano?
“Ricordo solo “bello bambino”, me lo dicevano durante l’Olimpiade. È stata una delle più felici esperienze della mia vita”
Siamo seduti attorno a un tavolo tondo, all’interno di un ristorante di Brera. I suoi occhi non trasmettono più quei lampi che incantavano il mondo. Ora quella luce è coperta dalla cenere della sofferenza. Accanto lui, la moglie Lonnie e la figlia Miwa. Poco più in là c’è Howard Bingham, fotografo, portavoce, confidente.
Come racconterebbe la sua vita?
“Userei le parole di Malcom X. Ho predicato la verità che può avere aiutato a combattere il cancro razzista che è nel cuore dell’America. Il merito di tutto questo è di Allah. Solo gli errori mi appartengono.”
Abbiamo un accordo. Risponderà alle mie domande tramite Paolo Tufano, l’interprete che lo segue nell’avventura italiana. Non si sente sicuro della sua voce, il pudore gli impedisce di parlare in pubblico, preferisce confidarsi solo con chi sente amico. E a un amico comune mi sono affidato anch’io. L’intervento di Gianni Minà ha reso possibile l’intervista in esclusiva.
Chi potrebbe prendere il posto di Ali?
“Nessuno può imitarmi. Per essere come me devi sapere prendere decisioni importanti come quella di non andare a combattere in Vietnam o aderire alla religione mussulmana. Se fossi stato solo un pugile non sarei stato popolare come lo sono ora. La mia e quella del papa sono le facce più famose del mondo.”
Quale è il suo segreto?
“Sono nato negli Stati Uniti. Lì, fin da bambino, ti insegnano che la cosa più importante è vendersi bene”
Il titolo mondiale lo ha conquistato, quando ancora si chiamava Cassius Clay (“Il mio nome da schiavo”), contro Sonny Liston. Un ex carcerato campione dei massimi e un giovane folle pronto a sfidarlo. Non c’era pace per l’America.
Malcom X era al suo fianco.
«Questa sfida rappresenta la Verità. La Croce contro la Mezza Luna che combattono in un match professionistico. Un Cristiano e un Mussulmano che si affrontano con la televisione pronta a mandare le immagini in ogni Stato, con il mondo che aspetta solo di vedere come finirà. Credi che Allah abbia messo in piedi tutto questo, pensando che tu possa lasciare il ring senza essere il campione?»
Così era andata, ma qualcuno aveva sollevato dei dubbi.
Molti pensano che il colpo che ha messo ko Liston non ci sia mai stato.
“Quel pugno è stato talmente veloce che in pochi l’hanno visto. È bastato che chiudessero per un attimo le palpebre per perderselo. Ho tirato un colpo più veloce di un battito di ciglia”.
Ha combattuto sfide al limite della tragedia. Con Foreman nella notte di Kinshasa, con Frazier nell’inferno di Manila. E ne è uscito vincitore.
Joe Frazier è stato il primo a batterlo, spezzando così una serie di trentuno vittorie consecutive. Poi, è arrivata la riscossa, consacrata dalle magie e dai timori della notte di Thrilla in Manila.
Esausti i due protagonisti si preparavano agli ultimi tre minuti di uno dei più drammatici match che la storia del pugilato ci abbia regalato.
“Angelo, cut off. Cut ’em off”.
Ali non grida, non ha la forza per gridare. La sua richiesta di aiuto arriva dal fondo dell’anima.
“Angelo tagliami i guantoni. Tagliali”.
Vuole finirla lì, ha esaurito ogni forza.
Ha le braccia appoggiate sulle corde, lo sguardo rivolto verso il basso, fissa il tappeto dove quella notte ha ballato solo per pochi istanti. Ha dominato gli ultimi round, ma sa di avere esaurito ogni energia.
“Non torno al centro del ring. Quell’uomo è pazzo.”
Il vecchio manager non accetta la situazione. Vuole calarsi sino in fondo al dramma. Solo così, ancora una volta, saprà trovare una soluzione per uscirne vincitori.
All'altro angolo, Frazier respinge la scelta del suo maestro.
“Eddie no, EDDIE NON FARLO!”
Le grida della folla coprono le urla del pugile di Filadelfia.
Tutto finisce come la storia ci ha insegnato.
Eddie Futch chiama l’arbitro Padilla, con i gesti e con le parole gli fa segno che il suo pugile si ferma lì.
Ali fatica ad alzarsi, lo tengono su il dottor Ferdie Pacheco e Bundini Brown, mentre Angelo Dundee si volta lentamente verso il centro del ring. Un mezzo giro della testa gli basta per capire che il suo uomo rimarrà sul tetto del mondo.
Quale è stato l’errore più grande della carriera?
“Mi sono allenato male in vista del primo match contro Joe Frazier. E sono stato giustamente punito con la sconfitta. È stato il mio avversario più forte. Ma la notte in cui mi ha battuto è cominciata la sua fine. Ha vinto una battaglia, non la guerra. ”
Ha sconfitto George Foreman a Kinshasa.
Gli ricordo le parole che Foreman ha detto molti anni dopo quella sfida.
“Ali aveva qualcosa per cui combattere, oltre ai soldi e al titolo di campione. Un uomo che ha una ragione per combattere diventa praticamente imbattibile.”
Sorride.
“Quando l’ho affrontato io, non mi sembrava uno stratega del ring, poi è migliorato. Foreman era la forza, la boxe ha bisogno di intelligenza per trionfare. Avevo detto che avrei vinto, nessuno ci aveva creduto. Avevo detto che sarebbe andato giù da solo e così è stato. Il mio diretto destro, quello che ha chiuso il match all’ottavo round, era molto buono, ma non era potente. È caduto perché aveva la sconfitta nell'anima e io avevo il trionfo nel sangue. Ero il migliore, ero invincibile.”
Non si è mai tirato indietro. Non l’ha fatto neppure quando è stato chiamato per combattere in Vietnam.
Perché ha tanta rabbia nei confronti della società americana?
“Rispondo con una domanda. Ero ragazzo, c’era una situazione razziale incredibile, tutto partiva dalla religione cristiana. Ci presentava un Gesù biondo e con gli occhi celesti, anche gli angeli erano dipinti così. Se Gesù e gli angeli fossero stati dipinti di nero, voi bianchi non vi sareste arrabbiati?”
Quando ha acceso il tripode olimpico ad Atlanta 1996 non ha avuto paura di mostrare al mondo come fosse ridotto quel corpo che un tempo era stato il tempio della salute e della forza. Vederlo tremare mentre tendeva la mano, ricordandone la leggerezza dei gesti sul tappeto del ring, è stato terribile e commovente allo stesso tempo. Ha raccontato con quel gesto una storia di coraggio e dignità.
Il Parkinson è stato il grande nemico.
Come vive questa condizione, dopo avere conosciuto lo splendore fisico?
“Non soffro, non ho dolori. Mi tremano le mani e ho difficoltà nel parlare. Prendo due pillole quattro volte al giorno per interrompere il tremolio. Ma nella prima parte della mia vita, Allah mi ha regalato talmente tanto che se adesso mi ha tolto qualcosa, la partita resta sempre almeno in parità.”
Ha la mente lucida. E questo rende ancora più acuto il dramma, perché lo obbliga a rendersi conto di quanto terribile sia non riuscire a gestire il corpo malato. Gli mancano anche le piccole cose. I giochi che faceva quando incontrava un nuovo amico, scherzi imparati da bambino.
“Mi sento un campione quando, vedendo un uomo con il viso triste, riesco a farlo sorridere.”
Faccio l’ultima domanda, la risposta arriva veloce, devastante e precisa come uno dei suoi mitici jab.
Ali, le manca la boxe?
“Sono io che manco a lei.”
Dieci anni fa ci ha lasciati l’uomo che ha messo d’accordo bianchi, neri, gialli e di qualsiasi altro colore la società abbia scelto per farci sentire diversi, quando in fondo siamo tutti così uguali. Applausi e lacrime sono arrivati dai ghetti dell’Africa nera, dal Bronx, dai laureati di Harvard e dalle gang di Los Angeles, dalle sacche di disperazione dell’Asia, dai broker di Wall Street.
Ali ha riempito ogni spazio con cui sia venuto a contatto.
I grandi personaggi sono così. Entrano nelle nostre vite, diventano figure rassicuranti e non se ne vanno più via.

Gervonta Davis è ancora una volta nel mirino della giustizia. È stato emesso, nel suo stato di residenza, il Maryland, un mandato di arresto nei suoi confronti per violazione della libertà vigilata. Il mandato è legato a un incidente con omissione di soccorso avvenuto nel 2020, in cui rimasero ferite quattro persone, secondo quanto riportato da ESPN.
Davis era già stato arrestato a gennaio per una rissa avvenuta in uno strip club di Miami l'anno scorso, per la quale era stato catturato dopo una caccia all'uomo durata due settimane. I suoi continui problemi con la giustizia gettano nuove ombre sul suo futuro nella boxe.

Ogni volta che c’è in giro un mondiale superpiuma WBC capace di smuovere la pigrizia degli appassionati, mi torna alla mente il 4 febbraio 1979. Quella notte Alexis Arguello e Alfredo Escalera riuscivano a dare il meglio dal punto di vista pugilistico. Il teatro era il Palasport di Rimini, il risultato era uno dei più entusiasmanti combattimenti mai visti in Italia. Vittoria di Arguello, un fuoriclasse assoluto, per kot alla tredicesima ripresa. Davanti a questo capolavoro diventa difficile porre in competizione qualsiasi altra sfida. Sabato a Houston, due fighter provano ad offrire un degno spettacolo.
O’Shaquie Foster e Raymond Ford hanno mezzi e personalità per portare a casa la cintura. I bookmaker danno favorito il campione, addirittura sotto la pari. Devi puntare 170 dollari per vincerne 100 in caso di un di un suo successo. Lo sfidante paga 130 dollari ogni 100 di puntata.
Spettatore interessato il nostro Michael Magnesi, che il 20 giugno affronterà, allo stadio di St Marys a Southampton, l’idolo di casa Ryan Garner per il titolo WBC ad interim della categoria. Il vincitore affronterà chi avrà la meglio sabato notte.
Un motivo in più per interessarci alla sfida texana.
Il match sarà trasmesso in diretta su DAZN alle 2:00 della notte tra sabato e domenica, per via del fuso orario. Il giorno prima, sabato, a mezzanotte la conferenza stampa sulla stessa emittente.