
Leo è un omino che sorride. Neppure nei momenti di maggiore tensione si mette la maschera del guerriero. Ha un’infanzia turbolenta, perde il papà in giovane età, emigra in una terra che non conosce.
Una donna gli cambia la vita, due bambini gliela rendono felice.
Ho visto Bundu volare e ho sorriso. Ma attenti, perché anche a lui, come ai francesi quando vinceva Bartali, a volte girano le balle. E allora è meglio stare lontani. Si rischia di finire al tappeto.
Il ricordo più bello? Il match con Petrucci a Roma, 8000 spettatori sulle tribune del Pietrangeli. E poi il ring di Wolverhampton. Ho ancora negli occhi quel momento di bravura assoluta. Leo si piega leggermente sulla sinistra, prende la mira e infila il montante sotto il gomito destro di Frankie Gavin. Il pugno centra il bersaglio. Il britannico resta in piedi per un paio di secondi e finisce giù, al tappeto. Il resto conta poco. Negli occhi mi rimangono le immagini di quel piccolo capolavoro. Nel cuore custodisco la consapevolezza che sia opera di un campione che non ha avuto (in popolsrità) il riconoscimento che avrebbe meritato.



