Come rendere più sicura la boxe e gli sport di contatto
Il Prof. Mario Ireneo Sturla è una presenza costante sotto i nostri ring e non solo. Non vi è chi mastichi un po’ di pugilato che non lo abbia visto più e più volte prestare con passione un indispensabile servizio per la sicurezza dei pugili. Lui si definisce “un clinico medico prestato alla medicina sportiva” e che prestito aggiungeremo noi. E’ a lui che abbiamo subito pensato dopo la inquietante lettura del bel libro di Tris Dixon dal titolo “Damage”, cioè “Danno” e dal sottotitolo “La storia non raccontata dei traumi al cervello nella boxe” che abbiamo presentato qualche mese fa su queste pagine web. In particolare ci aveva colpito del libro di Dixon tutta la parte riguardante la cosiddetta “encefalopatia cronica traumatica”, una patologia indotta dai colpi ricevuti alla testa e che in realtà è emersa in uno studio fatto sui giocatori di football americano e che ha portato, da parte di chi ne è stato vittima o dai suoi famigliari, a ingenti richieste di risarcimento. Quella patologia è attualmente diagnosticabile con certezza solo post-mortem in sede di autopsia al contrario di altre patologie neurodegenarative quali il morbo di Parkinson o di Alzheimer. Probabilmente è la stessa patologia di cui soffriva Muhammad Ali ma non lo sapremo mai con assoluta certezza perché i famigliari di “The Greatest” non hanno accettato di donare alla scienza il cervello del loro congiunto a differenza dei parenti di altri pugili deceduti. Un lungo colloquio con il Prof. Sturla è partito proprio da questo punto, non si è trattato di una classica intervista ma proprio di un colloquio che ha consentito a chi scrive di prendere ulteriore coscienza del problema ma non certo solo di questo perché chi scrive, con il Prof.

Sturla e lo stesso Tris Dixon, ama il pugilato e ha molto rispetto dei pugili e si preoccupa della loro salute negli anni. Però per sintesi proviamo a mettere questo dialogo in forma di intervista.
BRW: Professor Sturla
, la diagnosi di “Encefalopatia cronica traumatica” sembra essere determinabile solo in sede autoptica tramite la localizzazione di una proteina. Non sarebbe molto importante trovare il modo di diagnosticarla in vita onde poter fermare un pugile allo stadio iniziale della patologia?
MIS: In realtà si può agire sul piano della prevenzione. Da molti anni, e una mia pubblicazione sulla rivista internazionale Medsport 2001 lo testimonia, è stata data fondamentale importanza a un marker genetico, APOE4 cui sarebbero collegati precoci danni cerebrali e che configurerebbe una predisposizione alla demenza senile o di tipo Alzheimer. Un’altra interessante ricerca fatta all’UCLA (Università di Los Angeles), riguarda l’impiego in fase sperimentale di farmaci quali la dopamina e la ciclosporina nell’eventuale terapia dei traumi cranici . Sono disponibili da un po’ di anni quindi dei marker (marcatori) che consentono di stabilire in età pediatrica o immediatamente post pediatrica, diciamo 10-18 anni di età, la predisposizione che un individuo ha di sviluppare nel tempo una malattia neurodegenerativa. Questi marcatori sono identificabili con delle sigle-acronimi, fra queste il BDFN e l’UBCTHL1, basta un semplice prelievo di sangue e in 15 minuti si ha il risultato con una precisione del 99.7%, non c’è nemmeno bisogno di ricorrere a una TAC o a una risonanza magnetica. Con un esame del genere si può decidere se una ragazzina o ragazzino può essere indirizzato a uno sport di contatto o se è indispensabile che faccia altro, per esempio nuoto. Purtroppo questi marker però sono ancora molto sottoutilizzati da noi.
BRW: Quindi il discorso va impostato soprattutto sulla prevenzione anche per quanto riguarda eventi potenzialmente pericolosi nell’immediato?.
MIS: Assolutamente sì. Sono molti anni che faccio pubblicazioni, congressi, incontri esplicativi ma c’è ancora molta impreparazione in giro. E’ necessario che allenatori, arbitri, tutti coloro i quali lavorano nel pugilato siano consapevoli che la prevenzione può evitare situazioni drammatiche anche se è ovvio che il rischio-zero non esiste. Per esempio un arbitro deve imparare a riconoscere certi comportamenti di un pugile che possano far nascere il sospetto che abbia subito un danno importante e intervenire subito
BRW: Non sarebbe importante che il medico potesse intervenire e fermare un incontro al primo accenno di rischio?
MISI: Sono orgoglioso di essere stato il primo a proporre al WBC l’uso della “red card” che il medico può sventolare e di fronte alla quale l’arbitro deve subito interrompere il match. Anche la posizione del medico a bordo ring deve essere più vicina all’azione per poter valutare meglio e giudicare più in fretta. Mi è capitato anche recentemente di mulinare le braccia per avere visto un pugile a rischio mentre passava il tempo senza che i suoi secondi o l’arbitro se ne avvedessero o ne tenessero conto. E tenete presente che un conto è se sbaglio io e me ne assumo la responsabilità, ma se sbagliano gli altri è poi il medico sul quale ricade la responsabilità senza contare che poi sono sempre io quello che passa la notte in ospedale al fianco del pugile.
BRW: Su quali altri aspetti bisogna porre attenzione sia per la prevenzione che per un intervento corretto?
MIS: Per esempio sulla disidratazione che è un pericolo gravissimo. Le diete devono essere preparate ad hoc da medici esperti, non certo da persone che improvvisano. Una diminuzione dei liquidi nel corpo corrisponde per esempio alla diminuzione del liquido nel quale “galleggia” il nostro cervello. E’ una condizione pericolosissima per chi in questa condizione subisce un colpo alla testa. Da tempo col WBC abbiamo imposto un controllo periodico del peso che parte da 40 giorni prima del match basato su un calcolo di peso percentuale. Eppure c’è ancora chi corre il rischio di assumere sostanze quali i diuretici per perdere peso all’ultimo momento.
BRW: Quali altri esempi di impreparazione degli addetti ai lavori vanno stigmatizzati e quali errori corretti?
MIS: Per esempio è incredibile che io veda ancora oggi uomini d’angolo sprovvisti della borsa del ghiaccio. Il compianto Umberto Btanchini ne preparava sempre 3 o 4. E poi se c’è come viene usata! La borsa del ghiaccio non deve essere applicata sul petto del pugile a rischio di provocare un’aritmia cardiaca!. Va posata sulla nuca. E poi adesso c’è la moda di non sedersi sullo sgabello fra un round e l’altro. E’ un errore. La fase di riposo è indispensabile in un atleta che ha compiuto uno sforzo aerobico -anaerobico alternato simile per tre minuti.
BRW: E dopo il match cosa bisogna fare?
MIS: Proprio oggi devo vedermi con ciclisti come Gianni Bugno e Moreno Argentin che ho seguito quando correvano. Dopo una tappa si nutrivano con acqua e una macedonia. Così si comportavano grandi pugili che sono stati assistiti da me, da Rocky Mattioli a Maurizio Stecca a Giovanni Parisi per arrivare ai più recenti. Non si va fuori a cena al ristorante come niente fosse, eppure al giorno d’oggi c’è ancora chi si fa una birra ghiacciata.
Il prof. Sturla con Wlad Klitschko
Prevenzione dunque e consapevolezza. La boxe non può più ammettere l’improvvisazione e l’ignoranza ma adeguarsi agli standard di sicurezza che il XXI secolo per fortuna ci offre. Il Prof.
Sturla con la sua competenza ed esperienza indica la strada che tutti dovrebbero seguire e lo fa con un’opera continua di informazione. Di questo, e non solo di questo, gli siamo grati.




