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Il pugilato italiano e la vera rivoluzione

RivoluzionePacifica

di Gualtiero Becchetti

Ho passato una fetta della mia vita cercando d’imparare. E non è stato per niente facile. Ne ho passato un’altra fetta cercando d’insegnare. Ed è stato decisamente difficile.
Nulla di straordinario, però. L’hanno fatto, lo stanno facendo e lo faranno tantissimi altri.
Impossibile ricordare tutti i libri letti, studiati, capiti e non capiti; le domande poste agli insegnanti e le loro risposte; gli studenti ai quali ho dato ciò che potevo e dai quali ho ricevuto ciò che essi potevano. Però una cosa importante l’ho scoperta: intelligenza e cultura non sempre coincidono.
Cervello “frizzante” e cervello “liscio” non sono certificati da un titolo di studio, ma dall'esame di fronte alla vita che ne stabilisce la gerarchia. E ho scoperto anche un’altra cosa: a parità di materia grigia, chi “meno sa” può vincere i cento metri, però la maratona la vincerà sempre chi “più sa”. Detto alla buona, l’intelligente-furbo può fregarti sullo scatto ma alla distanza perderà sempre dall’intelligente-che sa, perché questi possiede gli strumenti per guardare più lontano.
E che cosa c’entra tutto ciò con il pugilato?
C’entra, c’entra…
Sul ring, in palestra e dietro la scrivania, la boxe in ogni sua sfaccettatura agonistica-tecnica-dirigenziale non dovrebbe neppure essere sfiorata dal sospetto d’essere un’attività estranea al cervello e alla cultura. Mai. Perché altrimenti avrebbero ragione gli “abolizionisti” i quali, di tanto in tanto, invocano che venga posta la scritta “The End” su quella che qualcuno definì un tempo “Noble Art”. Ma perché non si concretizzi tale ipotesi è indispensabile “sapere” cosa essa sia.
Il mondo è andato avanti tanto e altrettanto è andato indietro dai tempi in cui il pugilato ricevette il blasone della nobiltà lasciando comunque sempre irrisolto il dubbio se la mitica età dell’oro gli sia alle spalle o di fronte. Comunque esso si colloca a questo proposito, come in mille altre circostanze, quale metafora dell’umana esistenza. L’intelligenza rappresenta il “purosangue” che corre attraverso i secoli con l’uomo in groppa, mentre la cultura rappresenta la sella, le staffe, le redini, cioè quei finimenti che consentono all’uomo di governare con polso fermo il proprio destriero, cioé l'intelliogenza stessa, riducendo i disagi e i rischi di cadute.
Intelligenza e cultura.
Il binomio al quale ciascuno tende per dare il meglio di sè. Il pugilato sino ad alcuni decenni orsono entrava quale gradito ospite nei salotti “buoni” e a bordo-ring si sgomitavano per conquistare i posti migliori celebri personaggi dell’arte, della politica, della letteratura e dello spettacolo che oggi, almeno in Italia, neppure ci sogniamo. E andando a ritroso sul calendario gli dedicarono tempo e passione nomi scolpiti nella storia del genere umano.
Ciò ovviamente significava molto, molto più di qualche biglietto venduto o in omaggio. Significava avere dalla parte della boxe tanti di coloro che poi, nelle loro attività di artisti, politici e scrittori, diffondevano tra i “comuni mortali” come noi la bellezza, il fascino, il mistero, la profondità morale e intellettuale delle battaglie combattute con i pugni. Essi contribuirono a trasformare i match in poesia, la fatica in scultura, la sofferenza in musica o in affresco. Contribuirono a rendere familiare la boxe nelle case degli umili e nei palazzi dei potenti.
Non si potrà mai andare oltre una spanna dal naso se gli stessi protagonisti del Terzo Millennio (nel linguaggio, nel comportamento, nelle riflessioni e nei commenti pugilistici, nel modo di vivere e di gestire lo “sport-non solo sport”), non torneranno a riscoprire cosa si cela di prezioso un millimetro al di sotto di ciò che si vede.
La vera rivoluzione del pugilato italiano, inevitabilmente lentissima, faticosa, tribolata, contraddistinta da due passi avanti e uno indietro, da errori, incertezze e ripensamenti, dovrà essere quella culturale la quale, sia detto a chiare lettere, non significherà parlare di boxe con la “erre moscia”, citazioni anglosassoni e la “puzza sotto al naso” come fanno gli “chic”, i quali in realtà "pontificano" di tutto ma spesso nemmeno sanno ciò che dicono.
La vera rivoluzione sarà quella che accompagnerà atleti, allenatori, dirigenti e pubblico verso la consapevolezza di cosa sia il pugilato e da ciò si dipanerà, prima come un ruscello eppoi come un fiume in piena, il prestigio perduto.
Se oggi persino coloro che dicono di amarlo sono i primi a considerarlo spesso poco più di una scazzottata da osteria e ormai privo di speranza, credibilità e fuori-moda come i segnali di fumo nell’era di internet, il minimo che può accadere è appunto di rimanere prigionieri dell’osteria stessa, sino all’inevitabile estinzione di una disciplina della quale non si è più degni.
Le parole, gli atteggiamenti, le strategie, i pensieri devono essere le sementi a lungo termine per una vera e duratura riscossa, perché generano radici delicate e difficili ad attecchire, ma una volta che l’hanno fatto sono poi tanto profonde da non morire più.
Questa è, a mio parere, la cura antibiotica e salvifica. Tutto il resto sono solo pastiglie d’aspirina, sufficienti per un raffreddore ma inutili per una malattia grave…

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