
di Gualtiero Becchetti
Vincere e perdere è l’essenza dello sport.
Vincere e perdere è la legge scritta e non scritta a cui s’inchinano tutti coloro che decidono di competere in qualsiasi disciplina agonistica. Ed è una legge quasi sempre giusta, dura e semplice. “Quasi” sempre. Sì, perché talvolta l’imprevedibilità degli eventi, fattori eccezionali o l’inadeguatezza dei giudizi rimescolano le carte.
Ma nella maggior parte dei casi chi è più bravo e determinato trionfa e l’altro perde.
In tempi nemmeno troppo lontani, i bar, gli ombrelloni sulla spiaggia, le panchine dei giardini dei pubblici e qualsiasi luogo dove vi fosse facilità d’aggregazione, erano le “arene” in cui si svolgevano incandescenti discussioni tra sportivi che, guardandosi negli occhi e spesso a volume altissimo, valutavano gli avvenimenti avvenuti o prossimi ad avvenire.
Ora quelle battaglie, spesso caratterizzate da battute e siparietti degni delle migliori “commedie all’italiana”, hanno ceduto il posto alle tastiere dei computer.
Questi sono i tempi e questo è il futuro, piaccia o non piaccia.
Dietro il frequente anonimato dei protagonisti delle discussioni, i tasti diventano i grilletti di mitragliatori caricati a parole con cui sparare su chiunque. Una specie di delirio di onnipotenza che consente, a chi lo voglia, di colpire tutti. Ma non più come amici-nemici ai tavolini del “Caffè dello Sport”, lanciandosi prese per i fondelli e feroci ironie al termine delle quali non mancava mai una comune risata liberatrice. No. Talvolta invece con ignoranza. Persino con cattiveria. E’ infatti facile aggredire nascosti dietro l’“ingarbuglio” di internet…
Basta un nonnulla a scatenare i "commandos" della tastiera. Un verdetto non condiviso, un giudizio su una squadra o su un atleta, un commento non ben accolto dai “serial-killer” di FaceBook. Persino le impossibili fantasy-sfide tra campioni di epoche lontane si trasformano in occasioni di duelli all'ultimo sangue…
Ripeto: questo è il futuro, piaccia o non piaccia.
Parlare di sport invece non è la battaglia delle Termopili. O non dovrebbe esserlo.
Il dovere verso chi si mette in gioco su un ring dove solo pochissimi hanno il coraggio di salire è quello di dire la verità. Se non la si dice infatti si brucia persino il germoglio di un’eventuale rivincita perché lo sconfitto ripeterà gli errori già commessi. Se non la si dice, chi sarebbe bene abbandonasse la scena per tutelare la propria salute si rimetterà in gioco rischiando tanto, troppo. Se non la si dice, allora le stesse fondamenta di “vittoria-sconfitta”, perdono ogni senso.
Vincere è un attimo fuggente da inchiodare per sempre alle pareti della memoria. Perdere, seppure in negativo (ma non sempre!) è la stessa cosa, l’altra faccia della medesima medaglia meritevole di finire affissa nell’esistenza di ogni atleta. Vittoria e sconfitta reclamano spesso l’identico pedaggio a chi affrontare il rischio. Troppo facile, dietro la tastiera, lanciare insulti o secchiate di ipocrita buonismo.
“Sei sempre il migliore! Non è successo niente! Tornerai più forte di prima! Ti hanno derubato! Resti il n°1! Il tuo avversario era dopato! La giuria era corrotta!". Ecc.ecc…
Non se ne può più. Dalla gara di bocce al dopolavoro, alla corsa dei sacchi in parrocchia, al campionato mondiale dei pesi massimi questa filastrocca accompagna sempre il verdetto finale.
Bisognerebbe tornare ad una cosa semplice-semplice: riconoscere che uno vince perché è più forte e l'altro perde perché è più debole. Tutto qui! Questo è il rispetto verso un atleta che di vittoria e sconfitta assaggia il sapore tante volte nella vita ed è il primo a conoscere sempre la verità.
E se il risultato è dubbio? Se qualcosa non ha “quadrato” come si deve? Allora il pugile prepari la rivincita. In solitudine e senza “starnazzamenti” rimetta insieme i cocci. Faccia meglio la volta successiva.
Prima o poi vittoria e sconfitta andranno all’angolo giusto ed è questa l’unica cosa che conta. Sul ring e nella vita quotidiana.



