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Williams si ritira e lascia la vittoria a Smith

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Epilogo sorprendente a Manchester. Lo sconfitto era in vantaggio ai punti

 Di Matteo Biancareddu

 

 

Il ritiro di Liam Williams (16-1-1, 11 KO) nell’intervallo tra il nono e il decimo round del suo match con Liam Smith (25-1-1, 14 KO), ieri sera alla Manchester Arena, ha lasciato sbigottiti e contrariati i molti spettatori accorsi alla riunione. Il derby tra i due superwelter britannici aveva in palio non solo il primato territoriale, ma anche il prossimo accesso a una sfida iridata, cui Williams ha di fatto rinunciato abbandonando la contesa. Il motivo del ritiro è un taglio sotto il sopracciglio destro del ventiquattrenne pugile gallese, appena sopra la palpebra: una posizione effettivamente delicata, poiché la ferita minacciava di estendersi all’occhio. Se Gary Lockett, l’allenatore di Williams, ha ritenuto inevitabile il ritiro nell’interesse del ragazzo, non c’è niente da eccepire: meglio un uomo d’angolo coscienzioso che uno dissennato, senza dubbio. Tuttavia, resta il dubbio che la decisione sia stata troppo frettolosa, anche perché il taglio, causato da una testata accidentale, si era aperto pochi secondi prima, verso la fine del round, e non stava neppure sanguinando. Smith, tanto per dire, combatteva con una lacerazione apparentemente più grave, quasi nello stesso punto (appena più in alto, a essere precisi), fin dal terzo round, e continuava a sanguinare come una fontana malgrado i rattoppi del suo cutman. Probabilmente, la decisione di Lockett è figlia della preoccupazione per eventuali complicazioni: Williams ha già riportato infortuni simili in passato; il suo allenatore ha quindi voluto tutelarlo. Anche se questa premura è costata al ragazzo la prima sconfitta in carriera e i fischi del pubblico, che si sarebbe aspettato dal gallese una prova di stoicismo anglosassone.

Se Williams piange, è certo che Smith non ha motivo di ridere. Presentatosi sulla bascula oltre il limite delle 154 libbre, il ventottenne di Liverpool è parso fuori forma, pur godendo di un evidente vantaggio fisico sul rivale. A Smith non partivano i colpi, mentre Williams era una mitraglia. Davanti all’ostinata, monolitica aggressione dell’inglese, che cercava di accorciare la distanza chiuso in una guardia molto stretta, Williams sfoderava una boxe di rimessa di pregevole fattura, mulinando il jab con padronanza e lanciando serie di colpi ficcanti e precisi per linee interne. Mobile sulle gambe e sul tronco, il gallese combatteva con agio e serenità, dando fondo al campionario di azioni a sua disposizione. Soprattutto, preferiva i diretti e i montanti ai ganci per aprirsi un varco tra gli avambracci di Smith, tenuti alti e verticali davanti al volto. Il montante sinistro era il colpo che più infastidiva l’inglese, proteso in avanti nella pervicace ricerca della corta distanza. L’aggressione di Smith, se di aggressione è opportuno parlare, era però monotematica e di facile lettura, perché difettava di slancio, cambi di ritmo, velocità e mobilità. Era, insomma, una condotta perlopiù inerziale, senza il supporto di una convinta determinazione.

Nel terzo round, Smith era scosso per un istante e, soprattutto, rimediava la ferita cui abbiamo accennato, che si sarebbe aggravata nel quinto round. Malgrado l’eccellente lavoro del suo cutman, che riusciva a tamponarla efficacemente durante gli intervalli, Smith sanguinava in modo copioso, tanto da convincere l’arbitro a farlo vedere dal medico. Se l’incontro fosse stato interrotto prima del fatidico nono round, non ci sarebbe stato granché da eccepire, perché la ferita di Smith era tale da giustificare un simile provvedimento; ma il pubblico avrebbe mal tollerato un’intromissione arbitrale in un match così atteso e sentito, cosicché l’incontro è andato avanti. A partire dal sesto round, Smith trovava finalmente il modo per impensierire Williams, anche perché, iniziando a temere la precoce conclusione del match, entrava nell’ottica di dover profondere il massimo sforzo. Al di là di qualche successo parziale, però, l’inglese non riusciva a strappare dalle mani dell’avversario le redini del comando, che Williams teneva salde continuando a boxare da par suo. Verso la fine del nono round, però, il gallese rimediava una testata fortuita, cui si aggiungevano subito dopo diversi colpi pesanti, alcuni dei quali lo scuotevano chiaramente. Era il round migliore del match, e tutto lasciava supporre che i successivi sarebbero stati simili, perché Smith era deciso a tentare la rimonta. Ma quel round, come detto, era anche l’ultimo: Williams si ritirava nell’intervallo e cedeva la vittoria al rivale. Al momento dell’interruzione, il gallese era avanti di un punto su tutti i cartellini: troppo poco. Sul nostro, il suo vantaggio ammontava a tre lunghezze.

E’ difficile trarre le conclusioni di questo match: il vincitore, Smith, è un vincitore a metà, perché la vittoria gli è stata di fatto regalata dall’avversario; lo sconfitto, Williams, è uno sconfitto a metà, perché era in vantaggio e si stava comportando egregiamente fino al momento del ritiro. C’è da dire, però, che un abbandono così immediato, alla prima difficoltà, non è un buon biglietto da visita per un pugile giovane e ambizioso, per giunta imbattuto fino a ieri. Per quanto motivata fosse la decisione di lasciare, Williams ha dato l’impressione di rinunciare facilmente all’imbattibilità e ai benefici che la vittoria su Smith gli avrebbe portato; inoltre, ha tolto il boccone di bocca al pubblico, che già pregustava un pirotecnico finale di match. Ad altri pugili è bastato anche meno per guadagnarsi l’ignominiosa fama di “quitter”: a Williams auguriamo di non meritarla, anche se i fischi piovuti dagli spalti dell’arena dicono molto sul modo in cui il pubblico ha preso il suo ritiro.

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