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La felicità del Pugilato - (Valeria Imbrogno)

 

di Valeria Imbrogno

farfalla“La felicità è simile ad una farfalla:

se la insegui non riesci mai a prenderla,

ma se ti siedi tranquillo può anche posarsi su di te”

In effetti afferrare una farfalla è un'impresa ardua: la si rincorre freneticamente, ci si apposta per sorprenderla e inesorabilmente essa sfugge. Ognuno di noi ha una forma di ricerca della felicità. E’ proprio questa eterna insoddisfazione e ricerca affannosa che non ci permette di raggiungere uno stato simile alla beatitudine. La felicità è come un treno senza orario: ne passa uno ogni tanto. Ecco perché a volte semplicemente è racchiusa nel coraggio di pretendere qualcosa dal proprio destino, evitando così che faccia il suo corso senza il nostro contributo. Felicità è scegliersi certi fini, darsi degli obiettivi e lottare per ottenerli senza lamentarsi o deprimersi se poi non possono essere raggiunti. In sostanza, trovare un equilibrio e una propria armonia.

Albert Einstein sosteneva che “la vita è come andare in bicicletta: per mantenere l'equilibrio devi muoverti”. Tutti concetti che risuonano nella mente quando si pensa alla figura del pugile. Perché un pugile è felice nel dare e prendere pugni? Da dove nasce la sua gioia, come si alimenta?

In realtà il lavoro del pugile è trovare costantemente un’armonia tra la sua testa e il suo corpo. Se si osserva da vicino la ragione che generalmente spinge a faticare lo si intuisce: il lavoro duro è il mezzo per cui un premio cade nelle mani di un uomo perché lui ci si è dedicato attivamente ed è da lì che nasce la gioia. Trova sollievo nello sport perché non è la realtà: il dolore della sconfitta è espresso in numeri che non hanno alcun peso morale e la gioia e il divertimento sono immediati. Più ci si diverte più ci si allena, più ci si allena duramente più si migliora, più si migliora più ci si diverte. Al centro c’è l’obiettivo, il premio, la gioia che si aspetta. Il vero problema è trovare gli strumenti giusti per fare tutto ciò. Oltre alla condizione fisica occorrono la voglia, la rabbia, la passione, la cattiveria agonistica, perché un atleta triste è un atleta che parte sconfitto.

Tutte le discipline sportive in realtà sono gioco, divertimento, rappresentazione. Anche il pugilato è tutto ciò, ma ha in sé qualcosa di fondamentale: una netta, o quanto meno più profonda, similitudine con la realtà con i suoi dolori, le sue agonie, il suo sangue, la sua imprevedibilità, il suo sfuggire ad un disegno prestabilito. Ipugni fanno male, rallentano i sostegni, fanno finire a terra e provocano smarrimenti. Un pugile al tappeto è l'uomo più solo al mondo. Sa però che perdere è un modo di apprendere e vincere vivere una gioia dimenticando i dolori. Non è mai veramente solo un gioco: richiede controllo sul proprio corpo, coordinazione, prontezza, assoluta velocità, resistenza intelligenza e quello strano miscuglio di prudenza e abbandono che si chiama coraggio. In sostanza richiede un equilibrio estremo di tutte queste. Sarebbe stato troppo audace ed inverosimile poter analizzare il vero significato della felicità nel praticare il pugilato, ma per approssimazioni , spero di esserci andata.

“L'universo non ha un centro, ma per abbracciarsi si fa così: ci si avvicina lentamente, poi allargando le braccia, si mostra il disarmo e il rispetto dell’altro”. (“La bambina pugile” Einaudi)

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