
di Dario Torromeo
C’è una chiave di lettura pugilistica e una letteraria per quello che è successo ieri notte sul ring della 02 Arena di Londra.
Filip Hrgovic ha rappresentato nella realtà quello che Silvester Stallone ha raccontato in “Rocky”, F.X. Toole ha scritto nel libro “Lo sfidante” e Paul Haggis ha trasformato nella sceneggiatura di “Million Dollar Baby”. La boxe è sport a modo suo. Sa essere crudele, come del resto sa esserlo la vita. Ma è anche capace di “regalare la magia di rischiare tutto per un sogno che nessuno vede tranne te”. Prendi colpi e incassi per ventiquattro interminabili minuti, ma vai avanti. E sei lì a chiederti quando finirà. Perché come finirà credi di saperlo, altrimenti non staresti lì a farti riempire di botte. È quello che è accaduto ieri notte. E qui entriamo in un’altra dimensione. Quella pugilistica.
Moses Itauma ha dominato per quasi otto round. Ha messo la firma del campione su quelle riprese. Ha boxato con una velocità pazzesca. Il croato vedeva i colpi solo dopo che erano andati a segno. Ma rimaneva impassibile. Andava avanti. Moses lo ha centrato al corpo per minarne la resistenza, al volto per porre fine alla storia. Ma non è riuscito a chiuderla lì. Hrgovic avrà pure una forza fisica pazzesca, una soglia del dolore altissima, una corazza di muscoli che attutiscono qualsiasi pugno, ma è un uomo. Forse, tra le mille cose belle che il talento e l’allenamento hanno dato a Itauma, ieri sera ne sono mancate tre fondamentali.
La potenza. Quella che trasforma una serie di pugni in un ko. Vedere, nonostante l’incredibile numero di colpi a segno, l’altro venire ancora avanti, potrebbe avere installato il virus del dubbio nella testa del giovane campione.
È mancata anche una saggia gestione tattica dell’incontro, ventuno anni sono pochi per ballare sul ring senza farsi male. Se dopo sette round hai otto punti di vantaggio sul cartellino di qualsiasi giudice del mondo, dovresti gestire. Fino a quel momento hai schivato, parato con il gomito, il braccio e la spalla, le bordate dell’altro. Ma adesso il fiato è calato, hai meno resistenza e i riflessi non sono più quelli delle prime riprese. Dovresti scegliere un altro percorso.
E infine la mentalità. L’obiettivo è vincere, dovresti convincerti che puoi farlo anche senza realizzare un ko. Tutto qui. O meglio, è così che l’ho vista io.
Onore al croato. Ha incassato tutto e quando ha trovato la porta aperta ha avuto la bravura di infilarsi dentro. Un colpo, un terribile destro alla tempia di Itauma, è stato l’inizio della fine per il britannico. Poi è venuto il resto. Il tragico balletto finale mi ha ricordato quello di Trevor Berbick il 22 novembre 1986, sul ring dell’Hilton Hotel di Las Vegas. Parlo della notte in cui Mike Tyson lo ha messo ko ed è diventato il più giovane campione del mondo nella storia dei pesi massimi. Itauma inseguiva il mito, alla fine è stato lui a pagare il conto.
La speranza è che non abbia subito conseguenze dure da questa terribile punizione, che in ospedale abbia trovato cure e serenità per la sua salute. Che stia bene. Alla boxe, se ne avrà voglia, avrà tutto il tempo che vuole per pensarci.
MASSIMI (mondiale IBF, titolo vacante) Filip Hrgovic (Cro, 21-1-0, 6 ko, 105,100 kg). b Moses Itauma (Gbr, 14-1-0, 12 ko, 107,150 kg) kot dopo 2:27 della nona ripresa.



