
Naoya Inoue, giapponese. Ha cominciato a boxare a sei anni, allenato dal papà Shingo che lo sottoponeva a singolari metodi di preparazione. Doveva spingere una macchina con il motore spento; arrampicarsi su una corda per arrivare alla veranda della casa di famiglia, al secondo piano.
Oggi ha 33 anni e un record di 33-0, 27 ko.
Campione del mondo in quattro categorie: minimosca, supermosca, gallo, supergallo. Ventisei match mondiali. Ventuno vittorie per ko, cinque ai punti.
Per The Ring, ESPN, Boxing Scene, Boxrec, Transnational Boxing Ranking è il numero 1 della classifica “pound for pound". In altre parole, è il più forte del mondo intero, a prescindere della categoria di peso in cui milita. È veloce. Ha classe, potenza, intelligenza tattica. Ha sconfitto avversari di grande valore. È diventato campione del mondo dopo 5 match. E dodici anni dopo è ancora campione. Ma non ha popolarità universale (tipo Ali, Tyson, Duran, Monzon, Hagler...)
Paradossalmente, in moltissimi posti del mondo è addirittura uno sconosciuto. Se dovesse venire a Roma, sono sicuro che potrebbe passeggiare tranquillamente per il centro storico. Giapponesi a parte, nessuno lo fermerebbe per una foto. Colpa, soprattutto in Italia, della mancata esposizione televisiva. Il grande pugilato nel nostro Paese è visibile solo a pagamento. Come se non bastasse, per i match migliori, oltre all’abbonamento, si richiede una quota supplementare per la pay per view. Un ottimo modo per nascondere nell'ombra anche i fenomeni, limitandone la conoscenza ai soli appassionati che accettino di sborsare il doppio obolo.



