A due settimane di distanza dalla scomparsa, all’età di 88 anni, di Franco De Piccoli, vincitore della medaglia d’oro nella categoria dei pesi massimi ai giochi olimpici di Roma 60, vogliamo ripercorrere la sua carriera tra i professionisti, dove ha disputato 41 incontri con 37 vittorie e 4 sconfitte.
Dopo essersi laureato campione olimpico nel mese di settembre, De Piccoli debuttò al professionismo già nel dicembre del 1960 a Mestre dove sconfisse per KO alla prima ripresa Giovanni Moriggi.
Il campione olimpico si era affidato ad un gruppo organizzativo che comprendeva l’impresario Renato Torri e il manager Bruno Amaduzzi.
Torri era un promoter bolognese che aveva ottenuto numerosi successi organizzando gli incontri di Francesco Caviccchi, un contadino emiliano dal fisico statutario, che nel 1955 aveva portato alla conquista del titolo europeo con la vittoria, allo stadio calcistico di Bologna, sul tedesco Heinz Neuhaus.
Il gruppo Torri-Amaduzzi nel 1961 si trovò in grosse difficoltà economiche in seguito al crac finanziario della riunione che organizzarono a Roma, imperniata sull’europeo leggeri tra l’inglese Dave Charnley e il bolognese Raimondo Nobile.
Per rimediare a quell’incidente decisero di cedere alla ITOS di Rino Tommasi i contratti in esclusiva relativi agli incontri di Nino Benvenuti e Franco De Piccoli.
De Piccoli era un mancino dal pugno pesante, non un picchiatore da un colpo solo, ma un demolitore che aveva acceso molte speranze tra i tifosi e i tecnici.
Il suo più grosso problema, noto a pochi addetti ai lavori, era costituito dalla fragilità della sua mascella, lacuna non ancora verificata in campo professionistico da avversari pericolosi.
In poco tempo divenne una vedette delle riunioni romane della ITOS. Il suo potere di richiamo era pari a quello di Giulio Rinaldi e superiore a quello di Nino Benvenuti, altro campione olimpico.
Nel novembre del 1962 a Roma De Piccoli sconfisse in una ripresa lo statunitense Johnny Riggins, divenuto famoso, suo malgrado, per aver causato mesi prima la morte dell’argentino Alex Lavorante, inserito nei primi dieci posti delle classifiche mondiali.
Sempre in una ripresa, nel gennaio del 1963, batte Howard King, un pugile avanti con gli anni che aveva incontrato i migliori pari peso dell’epoca, compreso Sonny Liston.
In quel momento, dopo due anni e mezzo di professionismo, a 25 anni, con un record di 25 vittorie su altrettanti incontri, con 22 successi prima del limite, De Piccoli era nel pieno dei suoi mezzi.
Il 22 marzo del 1963 sul ring del Palazzo dello Sport di Roma, arrivò però il match che cambiò la sua vita sportiva.
Tommasi aveva ingaggiato Wayne Bethea, un peso massimo senza più ambizioni di carriera, che si presentava con un record dignitoso ma non eccezionale (25-17-2), messo KO in una ripresa cinque anni prima da Sonny Liston, avversario che rappresentava un test credibile per verificare le possibilità di De Piccoli ad alto livello.
Quella sera, di fronte ad un “sold Out” di 15.000 spettatori paganti, De Piccoli subì la prima sconfitta da professionista. Bethea incassò un paio di sinistri nella seconda ripresa, ma nel quarto round inflisse al nostro connazionale un KO impressionante che gelò la platea e segnò di fatto la rinuncia del pugile a grandi progetti.
Anni dopo nel suo libro “La grande Boxe” Rino Tommasi raccontò un aneddoto significativo.
La mattina del match venne contatto da Bobby Gleason, manager di Bethea, che senza girarci intorno disse di aver saputo che De Piccoli aveva la “mascella di vetro” e che il suo ragazzo era un buon colpitore in grado di metterlo KO.
Concluse che se Tommasi avesse garantito al suo pugile un guadagno di 10.000 $ invece dei 2.000 pattuiti, De Piccoli avrebbe vinto il match prima del limite.
Rino, che considerava lo sport una religione da non tradire, rifiutò la proposta e ne pagò, in un certo senso, le conseguenze.
Davey Fragetta, un agente sveglio e capace che aveva contatti con tutti i migliori manager d’oltre oceano e ne godeva la fiducia, segnalò a Tommasi che Angelo Dundee, allenatore e manager di Muhammad Alì, era disposto a prendere in considerazione un incontro del suo pupillo da disputarsi in Europa che avrebbe completato il processo di maturazione del futuro campione dei massimi.
Un eventuale match Clay-De Piccoli, entrambi campioni olimpici nel 1960 e imbattuti da pro, sarebbe stato un grande avvenimento che Tommasi pensava di allestire allo stadio di San Siro a Milano.
La sconfitta con Bethea fece saltare il progetto, e il 18 giugno del 1963, Cassius Clay, il futuro Muhammad Alì, incontrò a Londra Henry Cooper, il miglior peso massimo europeo per l’organizzazione di Jack Solomons.
Tre mesi dopo la sconfitta con Bethea, De Piccoli tornò sul ring di Roma dove subì un altro KO per mano del non trascendentale giamaicano Joe Bygraveas.
Vinse i suoi 12 incontri successivi ma nel 1965 arrivarono le battute d’arresto contro Everett Copeland e il tedesco Peter Weiland, futuro campione europeo, che lo convinsero, a soli 28 anni, ad abbandonare l’attività senza aver combattuto nemmeno una volta per il titolo italiano.
Terminata la carriera di pugile, De Piccoli intraprese la professione di istrutture di guida nella sua autoscuola di Venezia.
Nel 2003 gli venne concesso un vitalizio per meriti sportivi ai sensi della legge Giulio Onesti. Max



