Una tendenza pericolosa per tutta la boxe
Quando ero ragazzo ero un appassionato di ciclismo, mi affascinavano le sue storie epiche. Poi sono arrivati i superdopati alla Lance Armstrong, Ulrich o quel tipo che è finito in ospedale con i reni scassati perché si dopava da solo a casa sua e non l'ho più seguito. Stessa storia per l'atletica leggera dopo essermi alzato in piena notte per vedere il dopato Ben Johnson "vincere" i 100 metri alle Olimpiadi di Seoul del 1988. Adesso è la boxe ad essere infestata da atleti disonesti e l'Inghilterra vi gioca un ruolo di primo piano come dimostra il recentissimo caso del peso massimo Lawrence Okolie dopo quelli di Conor Benn, Dillian Whyte e diversi altri.
Il British Board of Control non è sempre tenero verso i "furbetti" del ring ma purtroppo lo sono altre federazioni e soprattutto certe sigle sempre pronte ad anteporre il loro interesse, anche nazionale, all'integrità degli avversari di questi "furbetti". Soprattutto pronte ad accettare le più ridicole giustificazioni. Okolie ha di fatto già fornite le sue, innocente, naturalmente, come tutti gli altri. Nel frattempo la sua positività ha fatto saltare la riunione che Frank Warren aveva organizzato a Parigi, un dentro o fuori contro Tony Yoka che, ironia della sorte, era già stato squalificato per non essersi fatto trovare a un controllo antidoping.
Non sono così ingenuo da non sapere che il doping gira un po' in tutti gli sport, ma la boxe è uno sport dove un pugile pulito rischia la pelle salendo sul ring contro un avversario che si aiuta con la chimica.
La boxe nel Regno Unito non è uno sport di nicchia dimenticato dai più ma si trova in questa situazione in molti Paesi fra cui il nostro perché ha perso credibilità. Uno dei motivi è anche la disonestà di chi cerca di vincere illecitamente



