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Quindici anni senza Arturo Gatti, il campione incapace di schivare i colpi della vita (video)

gatti

 

Sabato, 11 luglio 2009. 
Porto de Galinhas. Sul pavimento della stanza del lussuoso resort Dorisol, giace il cadavere di un uomo di 37 anni. Ha una profonda ferita alla testa. Accanto al corpo la moglie Amanda Rodriguez e il loro bambino di dieci mesi. La polizia indaga per omicidio, si concentra su Amanda, poche ore dopo procede all’arresto. Non ci sono però prove sufficienti, viene rilasciata. Quattro anni più tardi, il caso verrà archiviato come suicidio. 
Quell’uomo, nato a Cassino il 15 aprile 1972, cresciuto a Montreal in Canada, trasferitosi nel New Jersey nel 1991 si chiama Arturo Gatti detto Thunder. Un pugile che la International Boxing Hall of Fame ha riconosciuto come uno dei più grandi di sempre. 
Da dilettante, la nazionale di boxe canadese lo vuole in squadra per l’Olimpiade di Barcellona 1992, ma lui, impaziente di passare pro, rinuncia. 
Il 10 giugno 1991 esordisce tra i professionisti contro Jose Gonzales, vince per kot 3.
Il 15 dicembre 1995 corona il grande sogno: al Madison Square Garden di New York vince il titolo mondiale IBF dei superpiuma, batte ai punti Tracy Harris Patterson. 
Difende il titolo cinque volte. 
Il pubblico lo ama perché non si sottrae mai alla lotta, attacca come solo i messicani sanno fare e accetta scambi alla corta e alla media distanza, prende colpi che potrebbe schivare uscendo sulle gambe. Neanche ci prova, sa che proponendo una boxe più difensiva a pagare sarebbe lo spettacolo e lui adora i tifosi, è affascinato dalle emozioni forti. Lavora in trance agonistica, in quella zona psicofisica in cui il senso del limite perde significato. Per queste caratteristiche, nel corso della carriera, quattro dei sui match riceveranno la nomination a incontro dell’anno dalla rivista Ring Magazine. 
Chi vuole esaltarsi guardando Arturo Gatti nella versione coraggio, sangue, sudore e lacrime deve aspettare la fine del 1997, inizi del ’98. Quando lascia vacante il mondiale superpiuma IBF per salire di categoria.
Il 17 gennaio 1998 affronta Angel Manfredy, pugile dalle le mani pesanti. L’incontro non delude le aspettative, è una battaglia a viso aperto. Gatti riporta una brutta ferita e, a due riprese dalla fine, il medico di riunione ferma il combattimento. Sconfitta per kot per Gatti che, nel corso della terza ripresa, era anche stato messo al tappeto. 
Thunder torna sul ring il 22 agosto ‘98, contro Ivan Robinson. Si presenta con una preparazione non adeguata, indebolito dalla disidratazione, provato da un drammatico taglio del peso. Robinson partedeterminato, tira un destro potente, preciso e dopo un minuto Gatti ha l’occhio sinistro gonfio e quasi completamente chiuso, questo risveglia il suo naturale istinto per la battaglia. Il pubblico è in delirio. Lavora a due mani, carica tutti i colpi ma, ad ogni scambio, Robinson risponde e va a bersaglio. Va avanti così, su un ritmo forsennato da entrambe le parti e, quando finisce la seconda ripresa, Gatti è messo davvero male. Non apre più l’occhio sinistro e il suo cutman Joe Souza ha un grande lavoro da fare. Robinson vince in maniera limpida i primi tre round. Nella quarta ripresa le cose non sembrano cambiare, fino a quando Arturo Gatti, a 42” dalla fine del round entra con un destro pesante che spedisce al tappeto Robinson. L’arbitro inizia il conteggio, dopo sei secondi Mighty si rialza e riprende a boxare con incisività e potenza. Nel minuto di pausa, le telecamere vanno all’angolo di Gatti. Ha un taglio sullo zigomo sinistro, altro lavoro per Joe Souza. Il quinto round sembra combattuto in apnea da entrambi, al centro del quadrato. Nessuno dei due è disposto a fare un solo passo indietro, portano un numero impressionante di colpi. Al sesto round il match prende una piega drammatica, Thunder è in balia dei colpi di Robinson che va a bersaglio con grande facilità. Gatti incassa pesantissimi ganci al volto, barcolla. Quando, al terzo minuto della ripresa, sembra essere sul punto di crollare, si aggrappa ai fianchi di Robinson. Respira forte per due, tre secondi, gli bastano per restare in piedi, per ritrovare vigore, per colpire l’avversario. Adesso è l’altro a barcollare, Thunder si accorge che il rivale è in difficoltà. Gli si avventa contro, ma ormai non c’è più tempo, il suono della campana manda i due ai rispettivi angoli. Le riprese successive vedono continui scambi di colpi. I due sono capaci di “tenere” un numero imprecisato di pugni, tra il delirio del pubblico che non può distrarsi neanche un momento. Ci sono ribaltamenti di fronte, sofferenza e sangue: è la boxe che si mostra in tutta la sua drammaticità. Un pari sarebbe il risultato più giusto, ma due giudici su tre hanno una preferenza per Robinson che vince per split decision.
Nottata memorabile, match premiato come incontro dell’anno, pubblico e organizzatori sanno di essere stati testimoni di un evento che entra di diritto nella grande boxe.
Il 12 dicembre 1998 Robinson e Gatti sono di nuovo di fronte. Forse è troppo presto, fatto è che stavolta Robinson vince per decisione unanime. È la terza sconfitta consecutiva da quando Thunder è passato in una categoria di peso superiore. 
L’anno successivo Gatti sale tra le sedici corde una sola volta. Il 14 agosto, contro Reyes Munoz in un match senza storia. Vince per kot 1 e Munoz viene portato via in barella: per lui sarà l’ultimo incontro della carriera. 
Thunder torna sul ring il 26 febbraio del 2000 opposto a Joey Gamache che alla seconda ripresa subisce un ko spaventoso ed entra in coma. Quando si riprende scopre di aver riportato danni cerebrali permanenti, accusa Gatti di essersi presentato sul quadrato molto più pesante rispetto a quanto aveva fatto registrare durante le operazioni di peso ufficiali così, per quello che ha subito, chiede a Thunder un risarcimento. 
Gatti batte Eric Jakubowski e Joe Hutchinson.  Ma a Las Vegas, il 24 marzo 2001, torna a confrontarsi con la sconfitta, cede per kot 5 a Oscar De La Hoya. Il 26 gennaio 2002, al Madison Square Garden, torna alla vittoria e sconfigge per kot 4 Terron Millet. 

 


Il 18 maggio 2002 va in scena il primo incontro di una trilogia destinata a rimanere nella storia della boxe come la più combattuta e emozionante di sempre, nonostante in palio non ci fosse una cintura. Affronta Michy Irish Ward, pugile con la mascella di ferro. Tutte le riprese sono molto combattute, si perde il conto dei colpi portati a media e corta distanza. Anche questo sarà premiato come incontro dell’anno. Vince Ward per Majority Decision. Sei mesi dopo, il 23 novembre, va in scena la rivincita. 
Entrambi combattono come se non ci fosse un domani, non si risparmiano nulla, sembrano non curarsi delle possibili conseguenze. Al minuto 2:16 della terza ripresa Gatti centra con un destro potente Ward che crolla al tappeto, ma prontamente si rialza. Pubblico in delirio. Nella quarta, quinta e sesta ripresa Gatti lavora a due mani sotto e sopra, Ward risponde. Sono al centro ring, nessuno accenna a mollare, si assiste a una boxe tutta cuore e coraggio. Al settimo round Thunder dà spettacolo, schiva i colpi con rapidi movimenti del tronco e, quando è lui a colpire, esce saltellando, danzando sulle punte. All’ottava ripresa fa partire colpi precisi e potenti, ganci e montanti che cercano il fegato e la punta del mento. Ward tiene tutto e risponde. Si va avanti così fino alla fine, vince Arturo Gatti per decisione unanime. I due finiscono in ospedale. Incuranti di costole incrinate e mani rotte, dicono sì a un terzo incontro. 
Il 7 giugno 2003 partono a ritmo elevato, Gatti porta ganci al volto a due mani poi si abbassa o arretra per schivare i contrattacchi. Ward non si fa sorprendere, risponde ma sembra meno incisivo, prova colpi di rimessa e, alla fine della seconda, lo score dice 20-18 per Thunder. Alla terza Gatti è ancora molto mobile sulle gambe e riesce ad evitare terribili pugni al corpo. Nel quarto round cambia lo scenario, Arturo Gatti si ferisce alla mano destra.
“Vuoi continuare?” gli chiedono all’angolo. 
Domanda inutile, ovvio che sì! 
Il resto del match è la storia di minuti di pugilato di ottima fattura che nessun appassionato dimenticherà mai. Dall’una e dall’altra parte c’è un agonismo esasperato, la capacità di andare oltre il dolore, il sangue e la stanchezza. Alla fine il match, vinto ancora da Gatti per decisione unanime, sarà incontro dell’anno, la nona ripresa sarà round del secolo.
I due protagonisti finiscono, di nuovo, in ospedale. E proprio in corsia, Irish e Thunder diventano amici. Ward da quella sera non salirà mai più sul quadrato, entrerà a far parte dell’entourage di Gatti. 
Thunder torna sul ring il 24 gennaio 2004 in un match in cui mette in palio il titolo mondiale vacante dei superleggeri WBC, contro Gianluca Branco. Vince Gatti per decisione unanime. 
Difenderà la cintura in altri due match vinti prima del limite contro Leonard Dorin e Jesse James Leija. Nonostante le buone prove, la carriera di Gatti, che fa fatica a fare il peso e porta sul corpo i segni delle grandi battaglie, sembra imboccare la strada del declino.
Il 25 giugno 2005 Thunder tenta la terza difesa del mondiale contro Floyd Mayweather Jr. Va al tappeto al primo round, si rialza, continua spendendosi come sempre ma, alla sesta ripresa, è costretto al ritiro. 
Dopo questa sconfitta, cambia ancora categoria di peso, sale nei welter.  Il 28 gennaio 2006 affronta Thomas Damgaard, in palio il mondiale versione IBA. Vince per kot 11. È campione del mondo in tre diverse categorie di peso. È l’ultima soddisfazione, l’ultima vittoria. Prova a difendere il titolo e a conquistare anche il mondiale welter WBC il 22 luglio 2006 contro Carlos Manuel Baldomir, ma è sconfitto per kot 9. La carriera di Arturo Gatti potrebbe finire qui, ha 34 anni e ormai fatica a scendere sotto le 147 libre. Ma per lui la boxe è tutto, così sale per l’ultima volta sul ring il 14 luglio 2007 contro Alfonzo Gomez. È un incontro di troppo, perde per kot 7. Dopo il match annuncia l’addio alla boxe in diretta TV. È un saluto amaro, difficile. Appare sofferente, soprattutto nello spirito e, dopo quell’ultima sera da protagonista, cade a pezzi. La depressione lo assale. Al dolore dell’anima si aggiungono i dolori fisici, la vista si abbassa, troppi colpi, troppe battaglie. Viene risucchiato dalledipendenze: cocaina, alcol, psicofarmaci. Beve troppo e, quando è ubriaco, diventa aggressivo, violento. Amanda non ne può più, lo denuncia. Fanno pace. Sono gli ultimi giorni di vita per Arturo. La coppia parte per le vacanze in Brasile, il resto della storia la conosciamo.  Finisce così l’esistenza di uno dei più grandi pugili di sempre, incapace di schivare i colpi della vita.

Stefano Martufi
(Cofondatore di Marp Edizioni e autore del docufilm Oltre il ring, 2009. Menzione d’onore al Festival Internazionale del cinema sportivo di Milano).

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