
18 Settembre, una data evidentemente cara ad Oscar De la Hoya, autentico
Golden Boy e star indiscussa della boxe mondiale per oltre un decennio, a
cavallo dei due millenni. Un autentico campione capace non solo di costellare
la propria carriera di allori senza precedenti, sia tra i dilettanti che in seguito
tra i professionisti. Ma soprattutto di dare risalto al proprio percorso sportivo
incontrando tutti ma proprio tutte le più grandi leggende dell’epoca presenti
dai Superleggeri ai Medi, nessuna esclusa. Non si è mai tirato indietro. Certo
questo gli ha permesso di guadagnare borse che mai si erano viste prima,
soprattutto nelle categorie più leggere, ma si è anche dovuto mettere in gioco
ogni volta rischiando tutto se stesso, senza calcoli, in una sorta di All In. 18
Settembre dicevamo. Si perché ben tre di queste leggende le affrontò in
questa data. Iniziò nel 1998 nella rivincita per il titolo Welters WBC concessa
al mito messicano (nonché suo idolo da ragazzo) Julio Cesar Chavez, battuto
due anni prima allorchè scioccò il mondo intero. L’anno seguente invece
sempre tra gli Welters De La Hoya incrociò i guantoni contro l’imbattuto
campione portoricano IBF Felix Trinidad, autentico asso del ring con la
dinamite nei guantoni in una resa dei conti che tutto il mondo aspettava da
tempo. Salto di ben cinque anni ed ecco nel 2004 la sfida a dir poco
temeraria contro Bernard Hopkins, autentico dominatore tra i Medi da oltre un
decennio.
Oscar De La Hoya, nato a Los Angeles il 4 Febbraio 1973 ma di chiara
origine messicana come lui stesso ha sempre orgogliosamente rivendicato.
Alto 179 cm. Di umili origini, De La Hoya venne portato in palestra ed allenato
dal padre, preoccupato di toglierlo dai pericoli della strada, ancor più dopo la
scomparsa della mamma, morta di cancro quando Oscar aveva diciassette
anni ed alla quale sul letto di morte promise di vincere la medaglia d’oro
olimpica. Promessa poi mantenuta due anni dopo a Barcellona nel 1992
quando vinse l’oro nei pesi Leggeri suggellando una fantastica carriera tra i
dilettanti che si chiuse con 223 vittorie a fronte di sole 5 sconfitte. Sbarcato
tra i pro tre mesi dopo la rassegna olimpica, dopo soli 11 incontri conquistò il
suo primo titolo iridato il 5-3-1994 sconfiggendo il danese JimmiBredhal
(RTD10), in palio la cintura WBO dei Superpiuma. Quattro mesi più tardi
sempre sotto lo stesso ente vi aggiunse anche la corona vacante dei Leggeri
annientando in due rounds il messicano Jorge Paez. Titolo difeso sei volte e
doppiato con la cintura IBF conquistata il 6 Maggio 1995 contro il
connazionale Rafael Ruelas (KOT2) prima di abbandonare la categoria per
dare l’assalto alla cintura WBC dei Superleggeri detenuta dalla leggenda
vivente, il messicano Julio Cesar Chavez. Il 7 Giugno 1996 De la Hoya
demolendo il messicano,fermato dall’arbitro al quarto round per una brutta
ferita all’occhio ma già in evidente difficoltà, non portò a casa solo il titolo ma
incise il suo nome nella storia di questo sport. Meno di un anno più tardi si
prese anche il titolo dei Welters WBC sconfiggendo ai punti un’altra icona
come lo statunitense Pernell Whitaker per poi concedere il 18 Settembre
1998 la rivincita a Julio Cesar Chavez (che è anche uno dei 3 incontri che
stiamo trattando oggi). Dopo altre sette difese e nel pieno di un’ ascesa
inarrestabile ecco arrivare la il 18 Settembre 1999 il Match stellare contro
l’imbattuto picchiatore Felix Trinidad (altro incontro selezionato per voi del
quale non vi sveliamo l’esito ma che potrete gustarvi qui sotto). Distratto poi
dalla nuova passione per la musica (incise un disco che vinse i Grammy
Awards 1999) De La Hoya il 17 Giugno 2000 successivo salì sul ring con una
preparazione approssimativa finendo sconfitto per Split Decision contro
l’americano Shane Mosley. Decise a quel punto di affidarsi alle cure di Floyd
MayweatherSr. e di salire ulteriormente di peso, per tornare iridato tra i
Superwelters, prima per il WBC il 23 Giugno 2001 detronizzando ai punti lo
spagnolo Javier Castillejo, quindi anche per la WBA il 14 Settembre 2002
annientando dopo un match cruento l’americano Fernando Vargas (KOT11).
Cinture perse esattamente un anno dopo manco a dirlo nuovamente contro
Shane Mosley, che lo sconfisse ai punti di misura 113-115 su tutti e tre i
cartellini dei giudici, prima di ammettere l’uso di Epo quando scoppiò lo
scandalo Balco. De La Hoya rinunciò comunque ad intraprendere azioni
legali che molto probabilmente gli avrebbero permesso di mantenere le
cinture, preferendo andare a prendersi sul ring l’ennesimo titolo, questa volta
tra i Medi, sconfiggendo il 5 Giugno 2004 il tedesco Felix Sturm per la corona
WBO, per poi lanciare il guanto di sfida tre mesi più tardi, esattamente il 18
Settembre 2004, al fenomenale coloured statunitense Bernard Hopkins in un
match valido per la riunificazione di tutti i titoli e che è l’ultimo incontro della
trilogia che abbiamo scelto per voi.

Julio Cesar Chavez (100-2-2 80 Ko’s) Messico, 36 anni. Non si sa
nemmeno da dove iniziare quando si deve parlare di questa autentica
leggenda del ring ed icona nazionale. Quel che è certo è che si rischia di
dimenticare qualcosa. A cominciare dai titoli iridati. Dal 1984 al 1996 ne vinse
infatti sei in tre categorie di peso, dai Superpiuma ai Superleggeri. Per contro
fiumi d’inchiostro sono stati scritti sul suo conto e quindi ci limiteremo ad
elencare sinteticamente solo i dati principali. Di famiglia poverissima nacque
nella provincia di Sonora, più precisamente a Ciudad Obregon, per poi
spostarsi insieme ai nove fratelli a Culiacan nella penisola di Sinaloa, una
delle zone più pericolose e violente del pianeta, tristemente nota per i cartelli
della droga e per la corruzione dilagante a tutti i livelli, organi di sicurezza
compresi. Figlio di un ferroviere entrò in palestra a sedici anni e dopo solo un
anno e 14 incontri da dilettante tentò di sbarcare il lunario tra i professionisti.
Mai scelta fu più azzeccata dato che nei dredici anni seguenti collezionò una
striscia di 87 vittorie consecutive che rappresentano a tutt’oggi un record
imbattuto nella storia della boxe. Lo score s’interruppe il 10 Settembre 1993
nel match pareggiato contro lo statunitense Pernell Whitaker mentre la prima
sconfitta arrivò tre incontri più tardi il 29 Gennaio 1994 ai punti per Split
Decision per mano dell’americano Frankie Randall, prontamente regolato
nella rivincita quattro mesi più tardi. Nei due anni che seguirono vi furono
altre sei vittorie dell’asso messicano, compresa quella ai punti contro il nostro
compianto Giovanni Parisi l’8 Aprile 1995 a Las Vegas, prima di arrivare alla
già sopracitata sconfitta per ferita al quarto round contro l’astro nascente
Oscar De la Hoya il 7 Giugno 1996. Ulteriori 4 vittorie (ed un pareggio)
bastarono per sancire che era arrivato il momento di chiedere la rivincita ad
Oscar De la Hoya (28-0-0 23 Ko’s) 25 anni.

Felix “Tito” Trinidad (35-0-0 35 Ko’s). Portorico, 26 anni. Esordio tra i pro
ancora diciassattenne per questo portoricano di Cupey Alto con il tritolo nei
guantoni che fin dagli esordi seppe mantenere le promesse di predestinato
con una artenza a razzo condita da 19 vittorie consecutive delle quali ben 16
prima del limite. Successi ottenuti quasi tutte entro le mura amiche.
Curiosamente la prima sortita fuori dai confini nazionali avvenne il 27 Luglio
1990 in Italia e più precisamente in Sicilia a Capo d’Orlando nel suo quarto
incontro da professionista. Questa sequenza di vittorie valse per Trinidad il
biglietto per San Diego dove lo attendeva il campione degli Welters IBF
Maurice Blocker, un quotato lungagnone statunitense in carica da due anni
che venne però spazzato via in soli due rounds il 19 Giugno 1993. Nei sei
anni successivi la grandezza di Trinidad prese forma e si amplificò vittoria
dopo vittoria. Quindici per la precisione, e solo due avversari ebbero in sorte
di sentire il suono dell’ultima campana. Sotto i sui colpi caddero campioni del
calibro di Hector Camacho, Luis Campas (che prima di finire ko al quarto
round riuscì a mettere a sua volta al tappeto Trinidad nel corso della seconda
ripresa), Oba Carr e Pernell Whitaker. Era ormai giunta l’ora dell’inevitabile
supersfida contro Oscar De la Hoya (31-0-0 25 Ko’s) 26 anni.

Bernard “The Executioner” Hopkins (44-2-1 31 Ko’s). USA, 39 anni.
Leader indiscusso della categoria da quando nel 1995 si prese la cintura
vacante spazzando via in sette riprese l’equadoregno Segundo Marcado
nella rivincita del match che quattro mesi prima un pareggio aveva lasciato il
caso irrisolto. Per il pugile di Philadelphia non era stata solo una rivincita
contro Marcado ne la chiusura del cerchio nei confronti di un titolo che gli era
già sfuggito due anni prima contro il fenomenale Roy Jones Jr. (UD12) bensì
un vero e proprio riscatto con se stesso. La riabilitazione di un uomo che
dopo un’infanzia difficile ed intrisa di violenza a diciassette anni nel 1982 si
era visto inevitabilmente spalancare le porte del riformatorio con una pesante
condanna a 18 anni di carcere per somma di reati e che nei cinque anni
seguenti passati dietro le sbarre imparò non solo i primi rudimenti della boxe
ma soprattutto a sopravvivere tra gli stupri e gli omicidi ai quali dovette
assistere. Il riscatto di chi alla guardia che gli spalancò il cancello dicendogli
“..tanto ci rivedremo presto” rispose “ Io qui non ci tornerò mai più”. Un anno
più tardi nel 1988 esordiva con una sconfitta tra i professionisti. Ma non si
scoraggiò di certo. Un anno per riprendersi dalla falsa partenza e poi 22
vittorie consecutive per arrivare a giocarsi il titolo contro Roy Jones Jr. nel
1993. Assalto al titolo solo rimandato e poi conquistato nel 1995 nella
sopracitata vittoria contro Marcado, che diede inizio ad un vero e proprio
regno visto che nei nove anni successivi Hopkins difese il titolo in ben diciotto
occasioni prima di raccogliere la sfida di Oscar De la Hoya (37-3-0 29 Ko’s)
31 anni. (ROBY MADDONINI )



