
Una triste notizia è appena arrivata dall’Argentina.
All’età di 88 anni è venuto a mancare Horacio “Roquino” Accavallo (75-2-6), campione mondiale dei mosca WBA nel biennio 66-67.
Di origini italiane, il padre era emigrato da Pietrapertosa (PZ), da tempo era malato di Alzheimer.
Riproponiamo con grande piacere l’articolo pubblicato su Boxeringweb che racconta la sua vita avventurosa e la sua gloriosa carriera.
Da portabottiglie, lustrascarpe e trapezista a campione mondiale di pugilato.
La vita e il destino sembrano in qualche occasione strizzare l'occhio alle persone che con tanti sforzi, sacrifici e perseveranza sanno cogliere l’attimo fuggente per cambiare la loro storia personale.
E’ stato così per un bambino di nome Horacio nato nel 1934 a Villa Diamante, uno dei quartieri più poveri di Buenos Aires, da padre italiano, originario di Pietrapertosa (Pz).
Nonostante le tante difficoltà e la povertà riuscì ad emergere nel difficile mondo del pugilato riuscendo a conquistare il titolo di campione mondiale dei pesi mosca.
Stiamo parlando di Horacio Enrique Accavallo, nome di battaglia “Roquino” (roccioso), un “Pequeno gigante” che sconfisse un destino che sembrava segnato.
Come abbiamo già detto Accavallo cominciò a dare il suo contributo per la sopravvenienza della famiglia facendo piccoli lavori come il lustrascarpe e accompagnando suo padre con un carrello portabottiglie e raccogliendo cartone da rivendere alla discarica di La Quema.
Riuscì in seguito ad entrare a far parte del magico mondo del circo dove venne impiegato come fachiro, clown e infine trapezista.
Dopodiché pensò di realizzare uno spettacolo dove avrebbe invitato chiunque dei spettatori lo desiderasse a sfidarlo in incontri di pugilato, disciplina che iniziò ad apprendere i primi rudimenti all’età di 8 anni.
Nonostante i suoi 14 anni e i 50 kg di peso nessuno riuscì a sconfiggere quel ragazzino così abile e sfuggente.
Contemporaneamente a queste attività non rinunciò a praticare anche il calcio, sport nazionale, dove non se la cavava neanche male come attaccante.
Ma il football è uno sport di squadra e questo non stuzzicava più di tanto un ragazzo ambizioso e bisognoso di guadagnare come lui.
“Nel calcio ci sono undici giocatori e nella boxe solo uno. Il pugilato è uno sport più redditizio. Ho solo bisogno di un pantaloncino, di una maglietta di un paio di calzini e delle scarpe. Datemeli e poi ci penso io”.
Ha raccogliere il suo appello fu la palestra locale, da poco operativa nel suo quartiere che iniziò così a frequentare.

Il suo percorso tra i dilettanti fu brillante al punto che arrivò a giocarsi la possibilità di rappresentare l’Argentina ai giochi olimpici di Melbourne 56, venendo battuto in finale da Abel Laudonio, che a Roma 1960 avrebbe conquistato la medaglia di bronzo tra i pesi leggeri.
Inevitabile a questo punto il suo approdo tra i professionisti avvenuto nel 1956 all’età di 22 anni.
Il suo inizio di carriera fu sfolgorante riuscendo a mettere insieme una striscia di 22 incontri senza sconfitte (20-0-2)
Nonostante i risultati ottenuti in quel periodo storico gli esigenti spettatori del Luna Park non ritenevano i mancini come Accavallo“ accattivanti”.
A fronte di ciò il suo manager Héctor Vaccari, decise di portare a combattere il suo assistito, assieme ai fratelli Ernesto e Carlos Miranda, in Italia, dove ad attenderli c’era il grande Umberto Branchini e più remunerate occasioni di lavoro.
Tra il 1958 e il 1959 ha combattuto nel nostro paese in dieci occasioni, in gran parte in Sardegna nelle indimenticabili riunioni del promoter Antonio Picciau.
Imperdibili le immagini di Salvatore e Horacio alla presentazione del match
Il suo primo incontro lo disputò nell’ottobre del 1958 a Cagliari dove sconfisse nientemeno che Salvatore Burruni che nell’agosto del 1959 a Sassari si prese la rivincita nell’ultimo match della sua tournée italiana.
In quel periodo gagliardi avversari del campione argentino furono Giacomo Spano (2 vittorie e un pareggio) e Salvatore Manca (1 vittoria e un pareggio).
Tornato in Argentina, gli impresari locali iniziarono a guardare questo tenace combattente con occhi diversi. I risultati ottenuti nel periodo passato in Italia non sfuggirono all’attenzione del promotor Juan Carlos Tito Lectoure che non esitò a programmare una serie di riunioni con Horacio come vedette nel mitico Luna Park.
La quotazione del “Roquino” crebbe così sia come numero di successi sia in popolarità.
Nel luglio del 1960 ritrovò sulla sua strada Giacomo Spano in un match che terminò in parità, mentre sconfisse il quotato Carlos Miranda, suo compagno d’avventura nella sua trasferta italiana.

Nel 1961 conquistò prima il titolo di campione argentino battendo Carlos Rodríguez e poi la cintura sudamericana superando l'uruguaiano Jupiter Mansilla.
Nel 1962 sconfisse Salvatore Manca e superò nella rivincita per il titolo argentino Carlos Rodriguez.
Nel 1963 ebbe la meglio sul quotato venezuelano Ramon Arias, ex sfidante mondiale di Eder Jofre, e difese il titolo sudamericano imponendosi ancora su Jupiter Mansilla.
Nel frattempo Salvatore Burruni era diventato campione mondiale della categoria battendo a Roma nell’aprile del 1965 il thailandese Pone Kingpetch in una riunione organizzata dalla ITOS di Rino Tommasi.
A quel punto Umberto Branchini, manager del campione algherese, decise di far fruttare il titolo accettando ingaggi per far combattere Burruni, in incontri senza titolo in palio, in Oriente e in Argentina.
Fu così che Burruni e Accavallo il 7 agosto del 1965 si trovarono di fronte per la terza volta, naturalmente sul ring del Luna Park di Buenos Aires.
A spuntarla in questa occasione fu il “Roquino” con un unanime verdetto ai punti per il quale fu determinate un atterramento subito dal pugile sardo nel corso della prima riiresa.
A questo punto era diventato palese che Accavallo era maturo per disputare un incontro per il titolo mondiale.
L’occasione gli si presentò l’anno successivo quando la WBA destituì Burruni per non aver difeso il titolo contro il giapponese Hiroyuki Ebihara, suo sfidante ufficiate.
Cosfidanti per il titolo vacante vennero così nominati il giapponese Katsuyoshi Takayama e per l’appunto Accavallo.
L’incontro venne fissato per il 10 marzo 1966 al Nippon Budakan di Tokyo.
Fu questa la notte di gloria dj Accavallo che si laureò campione mondiale con un verdetto ai punti per SD con quattro e sei punti di vantaggio da parte di due giudici, mentre quello giapponese favorì il suo connazionale per una sola lunghezza.
Esplosività, sagacia tattica e malizia furono le armi vincenti che “Roquino” mise in mostra per raggiungere l’obiettivo nel match più importante della sua carriera.
Dopo il trionfo giapponese, il più grande rivale di Accavallo divenne la difficoltà a rientrare nei limiti di peso dei pesi mosca.
Grazie alla sua perseveranza e allo spirito di sacrificio che si portava dietro dall’infanzia, difese la corona in tre occasioni, sempre al Luna Park, in combattimenti molto duri che lasciarono nel suo fisico, già provato dalla lunga attività, segni evidenti sia agli occhi che sugli zigomi.
Nella prima difesa del titolo disputata nel mese di luglio del 1966 si impose con un largo verdetto ai punti sul giapponese Ebihara.

Nel dicembre successivo superò, sempre ai punti, il fortissimo messicano Efrain Torres, futuro campione mondiale, nonostante una brutta ferita all’occhio.
Accettò poi di andare a combattere in Giappone, senza mettere il titolo in palio, contro l’imbattuto Kiyoshi Tanabe, bronzo a Roma 60, dal quale venne battuto in sei riprese dopo aver subito due conteggi di protezione nella terza e nella quarta ripresa.
Dopo aver superato ai punti Helenio Ferreira, che visse per anni in Italia combattendo sotto la guida di Umberto Branchini, arrivò per Accavallo il momento del rematch con Ebihara, che Lectoure programmò al Luna Park il 12 agosto del 1967.
La preparazione a questo incontro fu per il campione argentino una vera e propria sofferenza per gli enormi sacrifici per rientrare nei limiti di peso della categoria: "Negli ultimi giorni ho mangiato a malapena un boccone. Le mie labbra erano secche e per non bere liquidi le ho imbevute con una garza bagnata. È stata un’autentica tortura".
Nonostante tutti i problemi della vigilia alla fine Accavallo riuscì a portare a casa il match con un verdetto ai punti per MD, piuttosto casalingo, emesso da una giuria composta interamente da Argentini.
La saggezza acquisita all'Università della Strada gli fecero capire che il momento del suo pensionamento era arrivato.
Dopo la difesa contro Ebihara, Horacio informò Lectoure della sua decisione di ritirarsi.
"È un peccato, Horacio, perché non fai un altro sforzo, ho ricevuto offerte economiche sostanziose” consigliò l’impresario che però ricevette la replica decisa del campione: "Sai cosa ti dico, Tito? Al di là dei possibili guadagni c'è in ballo il mio prestigio. Se perdo, non sarò più il campione. Se invece mi ritiro ora, sarò campione per sempre".
Così Accavallo all’età di 33 anni annunciò il ritiro dall’attività agonistica con un record di grande pregio composto da 75 vittorie, 2 sconfitte (Burruni e Tanabe) e 6 pareggi.
A differenza di molti suoi colleghi Horacio non sperperò quanto guadagnato in carriera riuscendo ad investire con sagacia e astuzia i suoi profitti, diventando un imprenditore di successo, senza mai dimenticare le sue origini.
Nel 1968 recitò nel film “Destino para dos” dove interpretò se stesso.
Accavallo resterà nella memoria degli appassionati come un grande combattente sul ring e un esempio di come la vita può essere vissuta e valorizzata sfidando il destino che sembrava avverso.
Max



