
di Gualtiero Becchetti
Suonò il gong. Gli spalti del palasport sembrarono precipitare sul ring in un immenso boato. Si trovò per qualche istante abbracciato al suo avversario a mescolare sudore e gocce di sangue identici tra loro. Poi s’avviò all’angolo e percepì il maestro che l’avvinghiava ai fianchi per sollevarlo in segno di trionfo.
Non provava dolore e non provava fatica…Non provava niente!
Come fosse sott’acqua. Ogni immagine, ogni suono gli giungeva attutito, velato, tremolante quasi si stesse muovendo sul fondo del mare. Mentre alcuni lo baciavano e altri gli accarezzavano la testa, aprì la bocca e lasciò cadere il paradenti nell’estremo istinto di chi cerca aria per vivere. Poi uno dei secondi cominciò a sfilargli i guantoni e le braccia erano inerti, appoggiate sull’ultima corda come un panno steso ad asciugare, mentre qualcun altro gli detergeva il viso e gli versava acqua fredda sulla testa.
Campione…Vittoria…Grande. Parole lontane e confuse, cadenzate dalle luci roventi che cadevano dai riflettori e dall’intermittente lampo dei flash. Un po’ alla volta cominciò a riemergere da quegli infiniti istanti in bilico tra sogno e realtà e dalla periferia del proprio corpo giunsero segnali di risveglio. Il cuore batteva tanto forte da riempirgli il petto, la gola, le tempie e la vista lentamente si rischiarava nonostante l’occhio sinistro fosse una fessura che lasciava entrare solo coriandoli di luce.
Il ring era pieno di tutti. Facce note e sconosciute. Addetti ai lavori, giornalisti, ragazze in bikini e gente inutile che voleva rubare per un attimo nella vita il centro del palcoscenico. La voce dello speaker incitava gli spettatori all’ovazione per l’esaltante sfida appena conclusa e meccanicamente attraversò il quadrato per stringere la mano all’arbitro e ai componenti dell’angolo opposto, sussurrando frasi di circostanza. Poi, tante mani lo sospinsero in mezzo al ring e l’uomo in tenuta bianca, impettito e compunto, gli afferrò il polso sinistro tenendo con l’altra mano quello destro del rivale.
Calò di colpo un silenzio totale, inimmaginabile dove sino ad un istante prima il frastuono aveva fatto tremare i vetri del palasport. Il ring announcer prese a scandire con studiata lentezza i punteggi e il maestro alle sue spalle gli accarezzava il collo. Il tremore delle sue dita gli penetrava all’interno…Poi, quando udì il proprio nome urlato con cuore e gola congiunto alla parola “campione”, si sentì trasportato verso l’alto come un aquilone che ha spezzato il filo. Volti noti e anonimi, alcuni rigati di lacrime, gli gridavano chissà cosa e tante braccia lo tenevano sospeso a mezz’aria, tra il ring e il cielo che non vedeva ma che immaginava terso e pieno di stelle sopra di sé. Poi sentì di nuovo i piedi sul tavolato, qualcuno lo spinse quasi con veemenza verso il centro della scena e il supervisor gli allacciò sui fianchi una cintura multicolore, scintillante, pesante, grandissima; molto più grande di quanto se la fosse immaginata. Se la teneva stretta a sé appoggiando le mani sul ventre e non staccava gli occhi da essa, quasi con la paura che cadesse a terra perché troppo larga o che qualcuno gliela rubasse o perché si rendeva conto che quel momento sarebbe stato unico e irripetibile nella sua vita. Aveva raggiunto la vetta più alta e nessuna vetta poteva essere più alta di quella più alta!
Era andato oltre ogni limite e il corpo e lo spirito si erano addormentati nel mezzo della bolgia del trionfo, come per evitargli i ricordi dei patimenti sopportati. Tutto quanto accadeva intorno gli era estraneo, lontano…Si tolse la cintura, l’accarezzò e la baciò, consapevole di compiere un gesto scontato, forse persino sciocco, ma non gliene importava nulla ed era l’unico che gli venne spontaneo di fare. Fu un lampo: in un battito di ciglia s’accorse che era intrisa della sua adolescenza, della sua storia di ragazzo e di uomo, dei sogni avverati e di quelli svaniti, delle lacrime versate, delle vittorie e delle sconfitte, delle rinunce e delle fatiche, delle notti insonni e delle albe sudate. C’era tutta la sua vita in quella cintura. Anzi, era la sua vita! Voleva correre a casa subito, per metterla sul tavolo della cucina e renderne partecipi la moglie e i suoi piccoli, i soli che potevano capire tutto e farne perenne patrimonio degli anni a venire. I soli che avevano pagato, in altro modo ma a caro prezzo quanto lui, la conquista di un sogno.
Era però campione e, andasse come andasse il domani, ora era lassù. Dove solo pochi hanno l’onore di arrivare.



