
di Gualtiero Becchetti
La fatica l’ho incontrata nelle albe gelide e stentate dell’inverno così come in quelle luminose e sfacciate dell’estate quando ho preso per mano me stesso e mi sono trascinato all’aperto ad inghiottire aria, solitudine e pensieri, in compagnia solo del tambureggiare dei piedi sull’asfalto.
L’ho incontrata a tavola, tra i familiari e gli amici, sentendomi talvolta in colpa ad ogni boccone masticato, ad ogni bicchiere d’acqua deglutito, consapevole che qualsiasi trasgressione avrei dovuto pagarla con altro sudore, altre rinunce, sino a costringermi ad essere una spugna da strizzare con le mie stesse mani.
L’ho incontrata tante volte sdraiato sul letto pomeridiano, fingendo di non udire i rumori della casa e della strada per cercare, ad occhi chiusi, di riassorbire l’energia evaporata nel primo mattino, lottando contemporaneamente con le angosce, le paure e le incertezze, senza prestare attenzione ai gemiti dei muscoli e dei tendini.
L’ho incontrata appoggiando su una spalla la sacca da palestra, sorridendo al prossimo e a me per darmi rinnovata volontà di guardare in viso il sacrificio e l’incosciente allegria del non “mollare” a nulla e a nessuno, pronto a subire con apparente noncuranza la pressione dell’allenamento, i rimproveri dell’allenatore e gli assalti dei compagni, coinvolti nella paradossale contraddizione di colpirmi e ricolpirmi, per aiutarmi forse a vincere.
L’ho incontrata nelle notti di innaturale e sfinito sonno senza sogni e in quelle di molesto dormiveglia, mentre altrove i miei coetanei addobbavano i loro verdi anni, uguali ai miei, di amori e allegria, stupiti e sconcertati di quanto immenso valore potesse avere per me ciò per cui ero pronto a rinunciare alle dolcezze della gioventù.
L’ho incontrata sul ring, dove sono nato, morto e rinato tante e tante volte da non ricordarmene neppure e dove ho visto con gli occhi che stanno “dentro” il tenue velo che separa l’ubriacante momento del trionfo dal cupo baratro del dramma, giocandomi, con un me stesso opposto ma di altro nome e altre sembianze, i sogni e il domani.
L’ho incontrata infine quando un giorno tutto è finito e ho scoperto che la mia vita ardeva negli ultimi bagliori di una fiaba e dovevo prepararmi all’estrema e più difficile della battaglie: quella di riuscire ad essere un uomo qualunque. Ho tremato davvero come non mai e l’inconsapevolezza del futuro mi ha stretto la gola. Mi sono messo le mani sulle spalle e mi sono scosso con veemenza, come faceva nei momenti difficili il mio maestro per riportarmi a galla.
L’ho fissata allora negli occhi la fatica e ho scoperto che era stata la mia incomoda amica di una lunga avventura durante la quale mi aveva certamente tormentato e punito, ma soprattutto aiutato.
Ora le chiedo di starmi ancora di fianco per il cammino che m’attende e che non sarà come quello già percorso, ma assai più difficile perché nessuno mi concederà dieci secondi prima di decretare il ko e non ci saranno arbitri, giudici e maestro a tutelarmi.
La fatica di vivere.
Da oggi la chiamerò così e sono certo che non mi tradirà.
Solo condividendo la compagnia della fatica senza averne paura riuscirò forse a vincere ancora.



