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Jemel Herring un guerriero di nome e di fatto che ha sconfitto anche il covid 19

Herring: Nothing Against Berchelt, But I Wish He'd Quit Telling ... 

di Sergio Arcobelli

Dai colpi di mortaio ai colpi sul ring. Jamel Herring aveva appena 17 anni quando Stephen Brown, amico di lunga data, di ritorno dall’addestramento nei Marines gli propone. "Sai che non c’è niente di buono per te qui a Long Island, solo gang violente, droga e spaccio. Fai come me: perché non ti arruoli anche tu?".

Povero Stephen, un cancro ai polmoni l’avrebbe portato via per sempre a fine 2004. Al contrario Jamel, che grazie a Stephen si era allontanato dalle tentazioni della strada, nel 2005 salpa verso l’Iraq: prima missione a Falluja, la seconda in una città chiamata Al Taqaddum. Stavolta i pericoli non arrivano dai proiettili delle bande rivali, ma dai cecchini in agguato pronti a tendere letali imboscate.

Interview – djayboxing

In una di queste, una giovane del Corpo dei Marines viene uccisa mentre stava per accendersi una sigaretta: è soltanto la prima dei tanti Marines che conosce e che sono morti in Iraq. Tra questi anche un sergente, tecnico di ordigni esplosivi, ucciso proprio in un’esplosione tre settimane dopo la nascita del figlio.

Questo accade mentre a casa di Herring, la sua futura moglie Jennifer è incinta del figlio Stephen, chiamato così in onore dell’amico morto troppo presto, prima che Herring avesse la possibilità di ringraziarlo per averlo tirato fuori dai guai. Quando la guerra, per lui, finisce, al ritorno a casa un tragico evento segna profondamente la sua vita: la morte della figlia Ariyanah.

E’ piena notte quando la piccola, adagiata sulla culla, smette di respirare. Sono vani i tentativi di Jamel di rianimarla. Come è inutile la corsa in ospedale. “Sindrome da morte improvvisa infantile”: questo il drammatico verdetto. Da quel momento, Herring smette di fare quasi tutto, non esce di casa, è depresso. Il PTSD, lo stress post-traumatico per effetto della guerra, gli provoca grossi sbalzi d’umore. Ci sono gli incubi. Non riesce a dormire molto. Diventa paranoico. Ed inizia a bere molto, tant’è che i familiari decidono di chiamare aiuto: “Non sei solo”, prova a convincerlo il terapeuta. Dopo aver toccato il fondo, a quel punto Herring capisce che non è il caso di buttare via la propria vita.

Cosa fa? Torna ad allenarsi in palestra e trova nella boxe, che tanto gli piaceva fin dall’adolescenza difficile  vissuta nel suo quartiere di Gordon Heights, nei pressi di New York, una valvola di sfogo alle sofferenze e alle privazioni.

Lo fa per lei, lo fa per Ariyanah. Vince un titolo nazionale delle forze armate, poi un campionato nazionale degli Stati Uniti. Eletto capitano della squadra olimpica di boxe degli Usa alle Olimpiadi di Londra, il 27 luglio 2012, tre anni esatti dalla scomparsa della figlia, fa il giro di pista nella cerimonia di apertura. Decide poi di porre finire al suo servizio con il Corpo dei Marines degli Stati Uniti e di passare professionista nel mondo del pugilato. Una scelta vincente. Un anno fa, il 25 maggio 2019, a dieci anni dalla nascita della figlia Ariyanah, conquista  il titolo  WBO  Junior dei superpiuma sconfiggendo Masayuki Ito (foto ).

Il  nome di Ariyanah  è sempre stampato sui propri calzettoni. “Tutto ciò che sto facendo è in suo onore”, ribadisce Herring.

Lo scorso novembre, invece, “Semper Fi” conserva il titolo a Fresno battendo il 24enne Lamont Roach, un avversario di dieci anni più giovane. Ci riesce proprio nel weekend del VeteransDay, tanto che dedica il successo ai Marines che hanno prestato servizio e a quelli in missione. “Questo è per tutti voi – commenta a ESPN -. Significa molto per tutte le nostre truppe là fuori che difendono il nostro paese (che sono) ancora in pericolo in tanti campi di guerra. Ho dovuto stringere i denti, non potevo andare al tappeto davanti a tutti i marine…”. Doveva tornare sul ring a Las Vegas il 2 luglio, per difendere la cintura contro il portoricano Jonathan Oquendo. Sarebbe stato il primo titolo assegnato negli Usa nel post-quarantena. Ma il destino, anche stavolta, gli gioca brutti scherzi: positivo al Covid-19.

American Hero: Jamel “Semper Fi” Herring – Clutch City Boxing

Prima che si scatenasse la pandemia, in un’intervista a Espn aveva dichiarato: “Sono un normale essere umano.Ho vissuto alti e bassi ma eccomi qui, oggi, a condividere la mia storia e ad aprirmi agli altri. Sono felice”.

Herring ha già affrontato e combattuto tante guerre, alcune di queste hanno lasciato il segno. Ora c’è da sconfiggere un avversario subdolo e invisibile.

Se c’è qualcuno che può metterlo k.o., quello è proprio Jamel Herring.

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