
di Gualtiero Becchetti
Chi oggi ha pochi anni sulle spalle nemmeno immagina cosa fosse il pugilato italiano sino ad alcuni decenni fa. Tanto per cominciare, i giornali sportivi e non sportivi li si leggeva dalla prima pagina e non dall’ultima come siamo abituati ora per cercare con la lente d’ingrandimento qualche balbettante notizia di boxe nascosta tra le brevi. La gente conosceva i nomi dei campioni nazionali e internazionali. Li fermava per strada; s’accalcava all’entrata e all’uscita dei palasport per applaudirli, per chiedere un autografo, una fotografia; ne faceva oggetto di discussione al bar; li andava ad ammirare in palestra durante gli allenamenti…
Ricordo ancora il mitico Rodolfo Sabbatini lamentarsi una sera al ristorante al termine di una grande riunione perché al PalaEur di Roma c’erano stati appena 8.000 paganti e a Bologna Bruno Amaduzzi smoccolare verso tutti i santi del cielo per le “scarse” 3.500 persone accorse al tradizionale Santo Stefano. La televisione era unicamente quella di Stato con tre canali ed era normale seguire i match importanti, con le telecronache di Paolo Rosi, poi di Mario Guerini e Mario Mattioli, sia per le casalinghe che per i bambini. E i pugili guadagnavano! Chi più, chi meno, ovviamente. I campioni potevano diventare se non ricchi almeno benestanti, ma anche i protagonisti di “seconda fila”, i mestieranti e i collaudatori quando appendevano i guantoni al chiodo riuscivano spesso a comprarsi l’appartamentino o l’attività commerciale per il domani.
Parole poco interessanti queste per chi è giovane, ne sono consapevole, perché ormai non servono a niente e al massimo vanno bene per favorire il sonno alla fine della giornata.
Ma sono pure una mia personale reazione al lamento generalizzato; all’amarezza e al disincanto che si legge negli occhi di tanti ragazzi seduti sulle pancche degli spogliatoi; alle frustrazioni dei maestri; al disinteresse del grande pubblico; al silenzio dei media; alla mancanza di rispetto di articoli e telecronache talvolta senza capo né coda; alle solite manovre per pagare il meno possibile i pugili; alle sedi dei match spesso simili a magazzini neppure decorosi per una fiera paesana; alla mancanza di programmazione e di certezze tanto per i campioni quanto per gli school-boys; all’inflazione dei diplomi per arbitri e tecnici; ai favori sempre a vantaggio di chi non ne ha bisogno; alle abbondanti risorse economiche riservate a pochissimi mentre per gli altri non ci sono nemmeno i soldi per la benzina e la pizza; ad un immobilismo che impedisce da anni a qualsiasi lieve corrente d’insinuarsi in una fessura per rinnovare l’aria…
E si potrebbe continuare per un pezzo.
Ma sarebbe solo una grande rottura di scatole, il “palloso” brontolio di chi vorrebbe rivedere ciò che non esiste più e senza che nessuno si domandi mai il “perché”.
Sarà colpa del destino e non c’è responsabilità da parte di nessuno? Forse é così, ma ci credo poco.
Io continuerò a rivivere di tanto in tanto i miei ricordi rammaricandomi per quelli che non hanno la stessa fortuna di portarseli dentro e nello stesso tempo invidiandoli perché giustificati dalla loro verde età.
In giro per il mondo però si percepisce ancora qua e là lo stesso profumo pugilistico che anche l’Italia emanava. Perché non dovrebbe diffondersi di nuovo anche tra le Alpi e la Sicilia?
Auguro proprio per tale motivo ai più giovani di potere riempire di ricordi una gigantesca libreria nel loro cuore come é successo a me e ai miei coetanei. Sarebbe il segno che la storia continua, nonostante tutto…
E' il loro tempo questo.
Non lo sprechino!



