
di Gualtiero Becchetti
Dalle mie parti circola da tempi immemorabili una vecchia storiella ricca di saggezza popolare. Un malato teneva sempre sul comodino accanto al proprio letto un mattone. Un giorno un suo amico andò a visitarlo e gli chiese ragione di quella stranezza. Il malato gli rispose: “Ogni mattina, quando mi sveglio, lo prendo e me lo picchio sulle “palle”. Sai perché? Perché da quel preciso momento sono sicuro che il resto della giornata sarà migliore!”.
Ecco. In un certo senso tanti presidenti delle società dilettantistiche italiane di pugilato e dirigenti mi ricordano un po’ quel povero malato che autoinfliggendosi un dolore fortissimo rendeva più sopportabili quelli che l’avrebbero tormentato nelle ore successive. Soprattutto oggi, considerando che il "carogna-virus" ha messo in ginocchio tutto e molte palestre di boxe e di qualsiasi altra attività sportiva rischiano di non riaprire più i battenti. Tanto per allontanare il sospetto d’essere un predicatore “teorico”, ricordo d’essere stato nel 1985 il presidente ri-fondatore della Pugilistica Padana di Ferrara, scomparsa da oltre 20 anni, e di avere ricoperto tale ruolo sino al 2001; parlo perciò a ragion veduta e non per sentito dire, anche se ciò può suonare strano nel pugilato italiano “tante chiacchiere e pochi fatti” di oggi.
Escludiamo subito dalla schiera dei presidenti, per semplificare il discorso, le mogli, i figli, fratelli, cognati, gli amici trascinati a viva forza nel direttivo delle società e tutti coloro che fungono da “prestanome” o qualcosa di molto simile, considerando che i club vengono quasi sempre creati da ex-pugili divenuti tecnici e bisognosi di ricoprire le caselle della dirigenza per ragioni burocratiche. Escludiamo pure i nomi dei personaggi autorevoli e facoltosi che pare siano esistiti in tempi finiti da un pezzo e che occupavano un ruolo presidenziale di un certo prestigio perché allora prestigiosa era ancora la boxe italiana.
Limitiamoci quindi ai presidenti “effettivi” contemporanei, oberati anch’essi dagli infiniti problemi esistenziali di una paese a “carte e quarantotto”, da una famiglia in difficoltà, da un lavoro in stato d’asfissia…Domanda: ma chi lo fa fare a costoro di andarsi a cercare altri stress, altri guai, altri grattacapi? Partendo dalla mia sin troppo lunga esperienza personale ho riflettuto che la sedia sgangherata e malferma di presidente di una società forse funge proprio come il “mattone” di cui sopra, una specie di attività consolatoria, pur con tutto quanto implica, rispetto alle quotidiane traversie della vita; una specie di difficile impegno senza orari che consente forse si spostare il pensiero dall’esistenza “vera” a quella del ring e dintorni, addentrandosi in una jungla in cui è probabilmente bello perdersi.
Non c’è mese nel quale non si debbano pagare l’affitto e le utenze, in cui non ci sia qualcosa da riparare o sostituire, le affiliazioni da regolarizzare, le visite mediche da prenotare, guantoni o caschi da acquistare, qualche ragazzo da incoraggiare o rimproverare. Poi i genitori con cui confrontarsi, per lo più pieni di paura e diffidenza, ma talvolta eccessivamente ambiziosi ed esaltati, ai quali spiegare cosa sia il pugilato nel bene e nel male. Per non parlare delle lunghe e spesso vuote assemblee regionali insieme ai quattro gatti arrivati alla spicciolata per dolente “dovere”; delle quote mensili da incassare, inseguendo spesso gli utenti riottosi per giorni e giorni, “graziando” della pur modesta somma il ragazzo in palese difficoltà o minacciando l’allontanamento del “furbetto” di turno. Poi, le inevitabili diatribe da sanare tra tecnici, dirigenti, atleti e le telefonate strappalacrime ai giornali e alle tv locali perché si ricordino della boxe…E vogliamo parlare di fine anno, quando c’è da rinnovare l’affiliazione della società e sembra di sprofondare nell’abisso della burocrazia più ottusa e inutile? Oppure quando si devono iscrivere i pugili ai vari tornei, organizzandone “alla cieca” le costose trasferte con il maestro, nella speranza di trovare in qualche modo e da qualche parte i quattrini necessari? O (molto peggio!) di cosa succede se a qualcuno nasce la folle idea di mettere in piedi una riunione? Il presidente si trasforma in quei casi in qualcuno molto simile ad un questuante, perché non è piacevole bussare ad ogni porta con la mano tesa leggendo spesso negli occhi del prossimo fastidio o disinteresse e per ricevere tanti “no” e qualche magro “sì”, il tutto mentre qualche tecnico che ti aveva magari garantito i pugili, te li dissolve ogni dieci minuti per malattie catastrofiche, incidenti stradali e nonne che muoiono a ripetizione.
Il presidente fa cose, per la sua società, che non avrebbe mai la faccia di fare per se stesso e i suoi cari. Per fortuna, a casa non lo sanno o fingono di non accorgersene! Con le amministrazioni comunali; con i potenziali facoltosi sponsor cha alla fine si riducono quasi sempre all’amico bottegaio sotto casa; con gli atleti e i conoscenti che dovrebbero caricare e scaricare il ring dal camion, quindi montarlo e deporre le sedie gratuitamente; con i burocrati che con sadica ostinazione continuano a pretendere certificati sull’idoneità del ring e sul suo corretto montaggio (sempre uguali e sempre costosissimi!) anche se non hanno mai visto un ring…Ebbene, con tutti costoro il presidente si abitua ad avere una faccia talmente di bronzo che neanche la moglie lo riconoscerebbe. Ma se non si fa così, quando mai si riuscirebbe a portare in porto una riunioncina di boxe della quale interessa poco a pochi? Quando mai i suoi ragazzi avrebbero la gioia di farsi vedere davanti ad amici, parenti e compagni di scuola?
Quanti rospi da inghiottire e quanti girarsi e rigirarsi nel letto per quella presidenza della quale non frega niente quasi a nessuno! Ma in effetti, c’è un momento nel quale il presidente si sente improvvisamente al centro dell’attenzione: ogni quattro anni quando si svolgono le elezioni regionali e nazionali! Allora, improvvisamente il telefono diventa bollente, gli inviti a destra e a manca s’infittiscono, gente che non se l’è mai “filato” diventa di una famigliarità e di una cortesia senza eguali; persino i suoi atleti, i tecnici, i componenti del consiglio sembrano assurgere al centro dei pensieri dei candidati e dei loro "agenti" che con indicibile maestria suonano il violino delle lusinghe come neanche Paganini sarebbe stato capace. Disorientato da tale imprevista importanza, nell’incomoda posizione tra l’incudine della base perennemente incazzata (almeno a parole) e il martello dei potenti che chiedono il voto, spesso il presidente promette la preferenza a tutti per poi darla a chi gli ha suonato la musica più melliflua e foriera di chissà quali vantaggi verso un futuro migliore…Poi, passata la festa, il telefono ritorna muto come prima e ogni cosa riassume la propria consueta dimensione.
Di nuovo solo e con una nuova buggeratura in bacheca in attesa della prossima, il presidente riprende il proprio oscuro, consueto percorso quotidiano. Ogni mattina, destandosi, butta un occhio al comodino e con rassegnata sopportazione impugna il mattone per picchiarselo sempre di lì, per sopportare meglio il “dopo”.
Un rito metaforico comune a quasi tutti coloro che un giorno hanno deciso di mettersi volontariamente sulle spalle un altro peso, oltre a quelli inevitabili riservati ad ogni essere vivente. In cambio di che cosa? Sembra davvero una follia, ma la risposta più vera è la più semplice.
Per amore verso la boxe, per i ragazzi che gli donano il privilegio di coltivare tale sentimento e per continuare a sentirsi ancora un po’ giovane, almeno in un angolino nascosto del cuore.



