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Diciannove anni fa una ragazza con lo smalto sotto i guantoni conquistava il ring

DonnaBendaggio

di Gualtiero Becchetti

Diciannove anni fa (era il 2001), per la prima volta una ragazza italiana indossava ufficialmente i guantoni da boxe. Qualcuna l’aveva già fatto prima, ma al di là dei nostri confini o contravvenendo alle leggi che ancora lo vietavano.
A molti sembrò un bizzarro fenomeno del momento destinato ad esaurirsi in breve; un impiccio ulteriore nella tribolata vita delle palestre di pugilato, simboleggiato dall’unico spogliatoio in comune con una “sentinella” di turno per evitare la promiscuità maschi-femmine; l’aspetto deteriore di una boxe avviata verso il declino che s’aggrappava, pur di sopravvivere, alle probabili maldestre esibizioni di protagoniste lontane mille chilometri dai canoni atletici e culturali della Nobile Arte.
Ma quella prima ragazza aveva la testa dura e sotto i capelli, che raccoglieva dietro alla nuca prima dell’allenamento, nascondeva un cervello che le sussurrava di non mollare.
Seduta sulla panca, cominciò a bendarsi le mani con sempre maggiore disinvoltura sotto gli sguardi scettici dei compagni d’avventura; inventava trucchi per conservare le unghie un po’ lunghe e smaltate nonostante le difficoltà per stringere i pugni; il trucco diventava di giorno dopo giorno sempre più leggero o scompariva del tutto.
Mentre imparava a saltare la corda incespicando mille volte e mille volte ricominciando, studiava i pugili “veri”, ne imitava i gesti, memorizzava i movimenti e quando erano sul ring, s’imponeva di non trasalire alle gocce di sangue che talvolta dipingevano il loro viso, di non sussultare ai colpi che da vicino sembravano tanto più forti che non attraverso gli schermi della TV.
E c’era il maestro che le diceva cose apparentemente così semplici eppure così difficili da mettere in pratica; poi la scoperta che il pugilato era fatto di intelligenza, coordinazione e conoscenza più di quanto avesse mai immaginato.
Un giorno dopo l’altro. Un mese dopo l‘altro.
E i ragazzi l’osservavano meno e non perché fosse diventata meno graziosa e femminile di prima, ma perché ormai faceva parte del gruppo e la contraddizione donna-pugile andava affievolendosi come una candela quasi del tutto consumata.
Il casco abbassato sulla fronte, i capelli che facevano capolino qua e là, il paradenti a rigonfiare le labbra…e i guantoni, emblema della lenta e progressiva conquista di una nuova strada, di un nuovo limite abbattuto. Imparare a non chiudere gli occhi dinanzi a chi avanzava per colpire, a non girare la schiena in un istintivo gesto di estrema difesa, a non arricciare il naso nel comune mescolarsi del sudore, nell’odore acre e appiccicoso di cui ogni ring è intriso.
I primi lividi, le prime lievi fioriture rosse al naso e alle labbra, il sigillo violaceo-giallognolo attorno ad un occhio per un errore commesso o per abilità altrui.
Ma sopra ogni altra cosa, una volontà di ferro, sorella di una testardaggine e di una costanza più “da donna” che “da uomini”. Ostinata persino nella vita quotidiana per adeguarsi ai canoni della boxe, nel cercare la fatica anche quando il maestro offriva una pausa. E chiedere, chiedere, chiedere…Per imparare, per sentirsi adeguata, per non deludere, per conquistare il proprio personale e ineguagliabile campionato del mondo, fosse anche rappresentato dallo scavalcare una sola volta nella vita le corde del ring per un combattimento “vero”.
Quella ragazza, diciannove anni orsono riuscì a fare tutto ciò.
Provava la sensazione esaltante e spaventosa dell’epica solitudine di chi sfida se stessa, l’avversaria e i pregiudizi dipinti sui volti in bilico tra sorriso e diniego di quei primi spettatori di una boxe inedita. Provava la sensazione della forza e dello sfinimento, della paura e del coraggio, della vittoria e della sconfitta, del dolore…
La sua storia e la storia di altre ragazze sempre più numerose e uguali a lei hanno costretto il gran libro del pugilato a voltare pagina, ad aggiungere nuovi capitoli pieni di tenacia e di dignità.
Campionesse si sono succedute a campionesse, comprimarie a comprimarie, mediocri a mediocri. Con orgoglio, cervello, muscoli e sapienza tecnica. Ciascuna per quanto poteva. Ciascuna pugile tra pugili.
La stagione della curiosità e del folklore è finita da un pezzo e nessuno oggi si stupisce più se la giovane che conduce la propria esistenza come tutte le altre coetanee tra scuola, lavoro, locali alla moda, amori e problemi dell’età, sa ritagliarsi lo spazio e il tempo per trasformarsi in “donna da ring”. Nessuno si stupisce più, perché ha vinto per ko sul pregiudizio.
Quando si accendono i riflettori sul ring, chi ama la boxe vede in lei un pugile. Un pugile e basta. E se da quel pugile promana femminilità, non è un limite, ma un valore aggiunto.
Anche per queste ragazze la boxe italiana deve cambiare: è tempo di spalancare le finestre e ascoltare finalmente il profumo di “nuovo” perché il domani è davanti e non dietro.

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