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Dilettantismo e professionismo: o si salvano insieme o insieme periscono

PugileAngolo

di Gualtiero Becchetti

Nell’ambiente pugilistico italiano sembrava assodato sino a pochi anni fa che il “ventre molle” della Noble Art nostrana fosse il professionismo mentre in discreta salute veniva considerato il dilettantismo. Poi le Olimpiadi di Rio de Janeiro, che erano seguite a deludenti Mondiali ed Europei, hanno scompaginato tutto e la discesa é continuata successivamente in forma persino peggiore.
Quindi, in crisi l’uno e in crisi l’altro. C’è poco da stare allegri.
Sulle cause ci sarebbe da scrivere un libro pesante un quintale, ma sarebbe come ripetere l’insopportabile litania della quale gli addetti ai lavori e gli appassionati ne hanno fin sopra i capelli. L’assurdità, il paradosso del pugilato tricolore degli ultimi decenni grava, a mio modo di vedere, su un “peccato originale” da cui derivano tutti i malanni: un professionismo che è sempre più dilettantismo e un dilettantismo che è sempre più professionismo, ma solo per un minuscolo drappello di atleti.
Pugili a torso nudo che guadagnano poco allenandosi nei ritagli di tempo e i rari in canottiera che guadagnano bene allenandosi a tempo pieno. Ma ormai il “re è nudo”. Salvo alcune miracolose eccezioni, i professionisti contano poco in campo internazionale al pari dei dilettanti e la frittata è completa. Le chiacchiere, i giochi delle tre carte, le “furbate” e i bluff sono adesso inutili come una frigorifero nell’Antartide.
Non c’è più tempo per “cazzeggiare” perché la febbre è troppo alta per curarla con un panno bagnato sulla fronte!
E ora di mezzo é piombata persino una pandemia che farà sentire i propri nefasti effetti sanitari e ancora più economici per chissà quanto tempo!
Le elezioni per il rinnovo dei governi di tutte le federazione del CONI, riguardo alla data delle quali ancora poco si sa sempre a causa del corona virus, tra non molto cominceranno ad alimentare le rituali chiacchiere più o meno incontrollate e sembrerà di rivivere le immagini di Fantozzi quando attende con ansia la partita Italia-Inghilterra, ma poi viene obbligato a rivedere per l’ennesima volta la Corazzata Potemkin…Ricordate? Dopo pochi minuti si diffondono voci incontrollate a tal punto che il povero Fantozzi e i suoi colleghi si autoconvincono che gli azzurri stanno vincendo 11 a 0 e Dino Zoff ha persino segnato di testa!
E intanto la febbre conrinua a salire…
Chiunque stavolta metterà le mani sul timone delle diverse federazioni dovrà avere un equipaggio abituato ai mari in burrasca e dovrà essere in grado di leggere la bussola e anche le stelle, perché l’orientamento è facile soltanto quando il viaggio è tranquillo e non quando si è reduci da ripetuti naufragi. Vale per quasi tutte le discipline sportive, purtroppo. Ma specialmente per il pugilato.
Le piante crescono e diventano rigogliose se le si mette nella terra dalla parte delle radici e non dei rami e quindi la boxe italiana dovrà rilanciarsi dal dilettantismo attraendo nelle palestre, con il proprio antico fascino, amatori e aspiranti agonisti nella consapevolezza che essi rappresentano appunto le radici senza le quali nulla esiste. Vanno coltivate e cresciute con competenza (tanta!) e passione, però necessitano di sostentamento per svilupparsi. La strategia di riversare abbondanti risorse su pochi considerando la base niente altro che lo sfondo ai migliori non dà più risultati adeguati. E la base rischia di morire mentre i campioni tramontano. Per sostituire il nulla non si può ricorrere al nulla!
Il rilancio “globale” del dilettantismo in ogni sua componente (pugili, tecnici, arbitri e dirigenti) è l’ovvia e imprescindibile condizione perché il pugilato verde-bianco-rosso riprenda a dare consistenti segnali di vitalità.
Poi, a conclusione del ciclo dilettantistico, è giocoforza che ci sia un professionismo in grado di attrarre ragazzi ancora freschi e motivati, disposti a mettersi in gioco ciascuno secondo le proprie capacità, in rapporto alle quali ottenere soddisfazioni e denaro.
Se di livello almeno dignitoso, il professionismo è la calamita che attira televisioni, sponsor, giornali, spettatori…E’ il sogno di chi decide di entrare in una palestra da ragazzino e vuole diventare Hagler e Mohamed Ali, così come il suo coetaneo che gioca a Calcio spera di seguire le orme di Messi e Cristiano Ronaldo.
A limitare purtroppo le speranze tanto ci penseranno prima o poi l’età e la vita.
In tante parti del mondo la boxe è ancora uno sport con la “s” maiuscola e le immagini che arrivano nelle nostre case attraverso le TV lo testimoniano. Pugili “veri” e di discrete qualità tecniche e spettacolari, allenatori e ufficiali di gara adeguati, organizzatori che “organizzano” davvero, sedi confortevoli e comode da raggiungere. Nessuna bacchetta magica, ma semplici ovvietà.
Sembra facile, ma non lo é. Ne sono consapevole.
Però gli italiani non sono più cretini e incapaci degli altri. I nostri pugili, se adeguatamente aiutati, non sono peggiori di tanti che raccolgono onori e denaro al di là dei confini.
C’è da lavorare, da stringere i denti per recuperare il distacco.
La boxe è una: dilettantismo e professionismo. O insieme si salvano o muoiono insieme.
Ripeto: non c’è più tempo e ieri era già tardi. Occorre una saettante volata alla Bolt verso il futuro o il pugilato italiano vivrà solo del proprio passato.
“Chi ha dato, ha dato, ha dato…Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto. Scurdàmmoce ‘o passato…”.
Poi, sarà quel che sarà. Ma si può guardare avanti una buona volta?

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