
Il medio tedesco Peter Muller mette ko l'arbitro nel match con Stretz
di Gualtiero Becchetti
Non c’è riunione di boxe o quasi, in cui qualche arbitro o giudice non finisca di fronte ad un metaforico plotone d’esecuzione. Le contestazioni s’alzano per lo più dal pubblico, con una certa frequenza dai tecnici, più di rado dai pugili e non c’è alcuna differenza tra una dilettantistica che ha luogo in una palestra di periferia con un pubblico ridotto ai minimi termini o un gala professionistico di scena davanti a numerosi spettatori e sotto i riflettori televisivi.
A volte la conduzione dei match e i cartellini provocano comprensibili e diffuse crisi biliari, ma altre volte sono le proteste degli appassionati, dei maestri e degli atleti ad essere causa di fastidiose orticarie, perché l’incontro di pugilato non lo si giudica con il metro o con il cronometro, strumenti incontestabili e oggettivi, bensì con criteri soggettivi basati sulla personale competenza, sulla propensione verso un certo modello di boxe piuttosto che verso un altro e su diversi fattori non contemplati in alcun manuale della nobile arte, quali il “fattore campo”, il “peso” del nome di promoter, manager e pugili e, per quanto concerne i tecnici, l’affetto spesso cieco e sordo verso i loro pupilli. Insomma, la direzione e la valutazione di un match non sono e non saranno mai una verità indiscutibile, bensì un’opinione. Per questo, alla fine, tutti sono convinti di avere ragione e nessuno ha mai torto. E quando qualcuno ha provato malauguratamente a trasformare l’opinione in verità assoluta e pseudo-scientifica (tanto per non fare nomi, l’Aiba con le sue diaboliche score-machine), non solo non ha risolto il problema, ma l’ha invece aggravato, contribuendo a disperdere il patrimonio di professionalità e di talento d’intere generazioni d’arbitri e giudici, trasformati in semplici contabili dei “pugni in faccia”.
Che le cose non vadano come dovrebbero è sotto gli occhi di tutti; quando i contrastanti cartellini dei giudici certificano l’impressione che essi non abbiano valutato il medesimo match ma che ciascuno ne abbia visto uno diverso dagli altri, è la prova inoppugnabile che spesso la loro “controparte” non sono soltanto il pubblico e i tecnici, ma addirittura i colleghi. Inutile rammentare assai poco onorevoli esempi anche sul suolo italiano, perché sono talmente recenti, numerosi ed eclatanti da diventare persino superflui. Purtroppo, però, a rendere meno credibili le rimostranze delle reali o presunte vittime degli abbagli degli uomini “in bianco” sono talvolta le vittime stesse, pronte a lanciare fulmini e saette per un verdetto ingiusto a proprio danno, ma mute e compiacenti quando sono a loro volta premiate con una vittoria immeritata. Se si frequenta il “dietro le quinte” pugilistico, sorge quasi il dubbio che certi tecnici o pugili siano convinti di non avere mai perso davvero un incontro in carriera se non “rubato” e di non avere mai ricevuto un verdetto in gentile omaggio. Per oscure e diaboliche trame, per ragioni personalissime o planetarie, i beneficiati sono sempre gli “altri” e i perseguitati sempre “loro”, peggio dei martiri cristiani al Colosseo.
Soluzioni? Bella domanda…
Sarebbe innanzitutto fondamentale per tutti coloro che operano nel pugilato o che lo seguono da appassionati riscoprire il valore estetico e morale della boxe, la ragione per la quale fu definita “nobile arte”. Senza tale presupposto vengono infatti meno tutti gli altri aspetti. L’educazione ad ammirare più una schivata millimetrica o un passo laterale di uno sganassone portato a occhi chiusi e con l’interno del guantone; la consapevolezza che, per un pugile, arretrare elegantemente è più difficile che non avanzare; la scoperta che una schivata in avanti non corrisponde sempre ad una testa bassa; l’attenzione verso il sapiente gioco di gambe, importante quanto la bravura nel muovere le braccia; l’alta considerazione per la varietà e la fantasia delle azioni; la presa d’atto della differenza che esiste tra una precipitosa fuga e l’annullamento dell’aggressività altrui; l’apprezzamento per il disegno tecnico-tattico e psicologico imposto da un pugile all’avversario….Sono questi alcuni dei tantissimi fattori che andrebbero riscoperti e rilanciati nel pugilato del Terzo Millennio, per far sì che esso si riappropri delle sue antiche tradizioni, forte di due caratteristiche indispensabili: la bellezza e l’intrinseca ricchezza morale.
Una volta compiuta quest’opera educativa e pedagogica, allora si potrebbe affrontare con ottimismo e “in discesa” il problema dell’addestramento degli arbitri e dei giudici, perché la base delle nuove leve, soprattutto la parte senza precedenti esperienze pugilistiche, sarebbe così fornita degli indispensabili fondamenti culturali. Non posso e non voglio entrare nel merito dei corsi formativi per i futuri arbitri-giudici, in quanto ognuno deve fare il proprio mestiere ed evitare di essere un “tuttologo”, categoria di persone capaci di parlare di qualsiasi argomento, però non in grado di risolvere concretamente nessun problema. Insomma, come quella dei politici. A chi ne ha le capacità, quindi, il compito di elaborare nel migliore dei modi il progetto didattico di tali corsi.
Da assiduo e "antico" spettatore e come supervisor Wba in numerosi match in giro per il mondo ho comunque maturato l’assoluto convincimento che oltre ad un’ovvia, corretta e profonda conoscenza dei regolamenti, ad un signore “in bianco” per essere bravo siano indispensabili personalità, efficienza fisica (se arbitro) e sicurezza, elementi che lo rendono molto più simile ad un atleta di quanto non sembrerebbe. Elementi che non s’apprendono sui libri, né mediante le parole dei docenti, bensì con un impegno pratico costante “sul campo”, vale a dire in palestra e sul ring. Tralascio l’allenamento atletico dell’arbitro che dovrebbe essere scontato (e scontato invece non è per nulla…), ricordando che egli è il baluardo n°1 nella difesa dell’incolumità del pugile e quindi riflessi pronti, rapidità d’azione e resistenza agli appannamenti causati dalla fatica sono indispensabili in certe fasi concitate e rischiose dei combattimenti, quando tra una sconfitta e una tragedia la differenza è misurabile talvolta in decimi di secondo, un battito di ciglia che rende diverso chi è allenato da chi non lo è.
Ma veniamo all’osservazione e alla valutazione del match…
Anche in questo caso, come succede invece in molti altri Paesi, i giudici e gli arbitri dovrebbero essere di casa nelle palestre, magari alternandole per non dare adito a maliziose dietrologie tipicamente italiane, per guardare, studiare, capire, ascoltare…Le sedute di sparring, i suggerimenti e gli insegnamenti dei tecnici, le parole e gli atteggiamenti dei pugili, le malizie, i trucchi del mestiere, i risvolti psicologici che presiedono i comportamenti di atleti e maestri…Una miniera ineguagliabile, una biblioteca umanizzata a cui coloro che vogliono diventare bravi arbitri e giudici possono attingere a piene mani divertendosi, mettendosi alla prova, facendosi raccontare (specialmente quelli non l’hanno mai fatta!) cosa sia il pugilato, provando e riprovando tra le corde ciò che altrimenti vivrebbero esclusivamente durante gli sporadici e “veri” impegni ufficiali, esposti quindi alle inevitabili pecche dell’inesperienza, della mancanza di una solida preparazione tecnica e fisica, dell’insufficiente abitudine a gestire pugili veri su un ring vero, con le veementi rimostranze, in caso di errori, degli spettatori e degli uomini d’angolo a cui, in verità, interessa assai poco che un arbitro e dei giudici siano ancora più o meno acerbi.
Capisco che un un pugno di monetine per andarsi a prendere con una certa frequenza insulti e fischi, sarebbe un peso in più per i direttori di gara, ma questo argomento allargherebbe ulteriormente il problema e rimandiamo quindi il discorso ad altra occasione.
L’emergenza è però quella di evitare al più presto il già ricordato e metaforico plotone d’esecuzione ai danni di persone che salgono tra le sedici corde spinti dalla passione e in cambio di quasi nulla…Per ottenere ciò, un giusto ruolo e la gratificazione per l’indispensabile lavoro prestato, la categoria degli arbitri-giudici non ha altra possibilità se non crescere, migliorare, progredire.
Se ci riuscirà, i plotoni d’esecuzione chiuderanno in breve per conclamata inutilità.



