Il 5 maggio del 2000 un arresto cardiaco, proprio davanti alla sua salumeria, tradiva il cuore di un Campione dall’immenso coraggio, 10 volte “tricolore” dei pesi massimi. Memorabili le sue cinque sfide con Bepi Ros: due guerrieri che hanno infiammato la gente e riempito i palasport.
Di Maurizio Roveri
La salumeria era il suo mondo. Dante ci andava ch’era ancora un ragazzo, per dare una mano al suo babbo Bruno. La “Salumeria Canè” di via Galeotti la conoscevano tutti nel quartiere bolognese di San Donato. Una bottega genuina. Simpatia e prodotti buoni.
Chi vi entrava, veniva immediatamente avvolto da un sapore di magia.
Dante cominciava ad imparare il mestiere, lavorando nella bottega paterna. Contemporaneamente, con quel fisicone che cresceva sempre di più e una stazza che stava facendosi imponente, si faceva strada in lui anche un’altra vocazione.

Al giovanissimo “Dantone” venne l’intuizione di presentarsi un giorno nella palestra della Sempre Avanti. Sì, proprio quella dove si allenava il mitico Checco Cavicchi il colosso di Pieve di Cento che era salito sul tetto d’Europa esaltando 60.000 spettatori dentro lo stadio comunale di Bologna la sera in cui sconfisse un tarchiato tugnino (“tugnen” nel dizionario bolognese indica un tedesco…): Heinz Neuhaus.

A SCUOLA DA LEONE BLASI - Dantone a diciassette-diciotto anni era grande e grosso, alto 1,93 e il peso… bè, il peso era chiaramente oltre il quintale. A dispetto della stazza fisica, era un ragazzone timido. E molto educato. Con soggezione, con riverenza, con un certo imbarazzo, si presentò a Leone Blasi. Dandogli del Lei. Blasi, l’allenatore di Cavicchi e di altri forti pugili della “scuola” Sempre Avanti, sembrava fisicamente un omarello, da pugile aveva fatto il mosca e il gallo, e da dilettante era forte, aveva vinto davvero tanto (112 successi in 129 match combattuti). Ma vicino a Canè, Blasi dava l’impressione d’essere ancor più piccino di statura, gli arrivava all’ombelico o poco più. Tuttavia, lì dentro comandava lui. Il carismatico Leone. La palestra era il suo tempio. Le sue parole erano religione per i boxeur che si allenavano. In palestra si faceva rispettosamente quel che diceva Blasi, e come voleva Blasi.
Allorchè il piccolo grande capo domandò a Canè - con un tono tra il curioso e l’investigativo - quanto pesasse, Dantone con il candore della sua onestà gli disse la verità: 115 chili e talvolta anche 118.
Non nascose quel che era anche evidente. C’erano i muscoli, ma c’era anche della ciccia. In fondo, il motivo principale che aveva spinto Dante a varcare la soglia della prestigiosa Sempre Avanti era rappresentato dalla necessità di far qualcosa per smaltire un po’ di chili. Ebbene, il pugilato gli sembrava una interessante soluzione.
In realtà, c’era anche un secondo motivo alla base di questa scelta. Un sogno. Sì, il sogno di vedere da vicino Checco Cavicchi. Conoscerlo. Parlargli. Era il suo idolo.
Ci mise poco tempo, Leone Blasi, per capire quanto grande fosse il coraggio di Dante Canè. E ammirarne - mese dopo mese, anno dopo anno - la profonda passione. La costanza, lo spirito di sacrificio. La capacità di sopportare il dolore fisico e la sofferenza. Non diventi pugile importante se non hai queste risorse. Canè le aveva. Ed è entrato nella storia del nostro pugilato.
Ha scritto un record. E’ il peso massimo italiano con il maggior numero di successi per il “tricolore”. Nove match vinti combattendo per la cintura di campione d’Italia, più un “pari” con il quale - da campione in carica - conservò il titolo.
Le sue conquiste “Dantone” se le è guadagnate con la fatica. Con il sudore. Inzuppando le maglie in duri allenamenti e la tuta nelle mattine all’alba quando percorreva le stradine di campagna del suo quartiere.
Già, il footing. Quando Blasi lo “promosse” decidendolo di tenerselo alla sua scuola, gli impose immediatamente di macinare chilometri. Ogni mattina.
Dante si alzava prestissimo, con qualunque tempo. Anche d’inverno, e in quegli anni l’inverno era proprio inverno…
La passione e la voglia di migliorare, e diventare un vero pugile, erano più forti del freddo pungente o di quelle mattinate nebbiose che fai fatica anche a vedere i tuoi passi mentre l’umidità ti entra nelle ossa.
E dopo, un riposino? Macché riposino…
Alle 7 doveva essere in salumeria. Alle sette in punto. Con papà Bruno bisognava essere precisi. Non potevi sgarrare. La puntualità era sacra.
Quando poi la carriera ha preso il volo e Dante faceva parte di quello squadrone che si chiamava Supermercato Mobili, con Bruno Amaduzzi manager e il vulcanico trainer Libero Golinelli a spaccarti le ossa con i suoi allenamenti, e Nino Benvenuti luminosa stella di un gruppo del quale facevano parte anche Alfredo Parmeggiani, Carlo Duran, Franco De Piccoli, i Saraudi, e Batistuta, Girgenti, Carbi e Farinelli, ci sono stati anni intensi di lavoro in palestra e di battaglie sul ring.

Anche battaglie epiche, come quelle con Bepi Ros(nella foto a sx) l’eterno rivale. Un valoroso rivale. Quella serie di cinque intense sfide, fra maggio 1970 e settembre 1976, hanno caratterizzato un’epoca.
IL SOGNO AMERICANO - Gli Anni Sessanta e Settanta. Anni di vittorie, soddisfazioni, qualche delusione. Tanti viaggi. Anche l’America. Il 18 settembre 1967 Dantone - con trepidazione, i brividi sulla pelle e lo stupore negli occhi - saliva la scaletta per entrare fra le corde del vecchio fascinoso Madison Square Garden, a Manhattan, all’incrocio dell’Ottava Avenue con la quarantanovesima e la cinquantesima Strada. L’impianto, inaugurato nel dicembre 1925 e attivo fino al febbraio 1968. Su quel ring l’amico Nino Benvenuti aveva scritto la storia il magico 17 aprile del ’67 quando andò a conquistare il titolo mondiale dei pesi medi sconfiggendo Emile Griffith. Nello stesso posto, qualche mese più tardi, c’era Dantone. Si presentò agli americani demolendo in un amen, con una serie di destri alla mascella, il malcapitato Jerry Tomasetti. Un knock out tempestoso.
E allora succede che negli Stati Uniti lo vogliono rivedere, quel colosso che arriva da Bologna. Canè torna a combattere nel vecchio tempio, ma stavolta sul ring del “Garden” la sua prestazione non è altrettanto felice. Si fa sorprendere da James Woody, un mancino nero del Bronx. Dante perde ai punti. Ci rimane male. Capisce gli errori. Si rimette subito al lavoro. Per migliorare. Vuole riconquistare la stima degli americani.
Deve aspettare undici mesi. Amaduzzi gli prepara un tour importante. La prima tappa è Scranton. 14 ottobre 1968. Dantone in Pennsylvania ritrova sulla sua strada Jerry Tomasetti, più convinto e meno morbido rispetto al combattimento del settembre ’67. Combatte in casa, Tomasetti, nella sua Scranton. E’ carico, viene da sei vittorie di fila, resiste per sette round, poi Dantone gli fa capire che la festa è finita, alza l’intensità, gli tira alcuni “papagnòni” che Tomasetti non gradisce, sbanda e poi crolla giù. Assaggiando ancora la polvere.
Il “sogno americano” di Dante Canè - a questo punto - riprende vigore. Ma… deve passare attraverso le insidie, l’agguato, le difficoltà di un esame severissimo. Un test chiamato a confermare oppure smorzare le ambizioni del peso massimo bolognese. In Canada, il 12 novembre, al Maple Leaf Gardens, lo attende minaccioso George Chuvalo. Il canadese è un fighter coraggioso, che ne dà e ne prende, ha ritmi alti, ama boxare alla corta distanza, montanti e ganci in prolungati corpo a corpo. Proprio su quel ring di Toronto - casa sua - ha già disputato il Mondiale, perduto ai punti, nettamente, ma reggendo 15 round di fronte a Muhammad Alì. Un orgoglioso combattente, il canadese di Toronto. Un “duro” che ha affrontato senza paura altri personaggi importanti: Floyd Patterson, Ernie Terrell, Oscar Bonavena, Joe Frazier. Sconfitto, regolarmente, ogni volta che l’asticella saliva. Comunque, le quindici riprese combattute contro Alì gli permettono di avere una certa credibilità. E’ ancora ben quotato nel ranking mondiale, quando affronta Canè. Si respira nell’aria un clima di ostilità.

I racconti di quella sera riportano d’una certa “guerra dei nervi” da parte del clan del pugile canadese, con Amaduzzi pronto a rispondere per le rime. Sul ring il combattimento è aspro, rude, selvaggio, Chuvalo la mette sulla bagarre, gli scappano (?) colpi sotto la cintura e anche qualche testata. Canè per cinque-sei round combatte con migliore impostazione tecnica, più diligente. Poi si fa portare da Chuvalo sui sentieri pericolosi della bagarre. L’italiano, ferito al naso e alla bocca, sanguinante, perde il filo del match e fatica sempre più a contenere l’irruenza di Chuvalo. Il canadese vince per KOT al settimo round. Il sogno americano di Dantone finisce lì.
Ma la carriera prosegue. C’è l’Italia. Il suo regno. C’è l’Europa, un rimpianto.
La boxe resta al centro della vita di Dante. Anche quando cambia manager. Passando con il gruppo del modenese Rebecchi e lo sponsor Lambrusco Giacobazzi. Con loro a gestirne l’attività, Dantone Canè combatte ben 14 volte con un titolo in palio (fra i quali due Europei) nello spazio di otto anni. Dal 1971 al ’78.
Una carriera professionistica caratterizzata complessivamente da 66 incontri: 45 le vittorie (30 prima del limite), 14 sconfitte, 6 pari.
Buoni numeri, decisamente. Dietro questi numeri, tanta fatica. E tanto sacrificio. E la vita sana d’una persona umile. Che ha interpretato la boxe rispettandola. Sempre.
Certamente, in un percorso lungo diciassette anni ci sono stati anche i momenti difficili, le amarezze, sconfitte che hanno lasciato il segno. Dante li superava, quei giorni. Accompagnato da quel suo modo semplice onesto e positivo di interpretare le cose della vita.
Il gigante buono era anche un gigante di saggezza.
E poi, a trasmettergli entusiasmo e motivazioni c’è sempre stato l’amore della famiglia. Una bella famiglia. Il luminoso sorriso della sua dolce Paola. E tanta fierezza negli occhi vedendo crescere Daniela e Federico. I figli.
L’affetto della gente, il calore di Bologna. Ad ammorbidire il rimpianto per non essere riuscito mai a diventare campione d’Europa.
QUELL’ATTIMO FUGGENTE - La prima avventura europea, contro Joe Bugner il britannico dalle origini ungheresi. Bella presenza scenica, l’inglese. Elegante, mobile, rapido, slanciato, un folto cespuglio di riccioli biondi. Un tipo che si muove bene. Quando incontra Canè a Bologna, nel palazzo dello sport di Piazza Azzarita gonfio di pubblico e di forti passioni, è il 28 febbraio 1975 e Joe Bugner ha già sostenuto 12 round contro Muhammad Alì a Las Vegas (sconfitta onorevolissima, 3 punti di differenza sui cartellini di due dei tre giudici) e altri 12 contro Joe Frazier alla Earl Court Arena di Londra cedendo di strettissima misura (appena un punto per Frazier nel cartellino del referee Harry Gibbs). Inoltre, Bugner è pugile che ha già combattuto e vinto 6 match per il titolo Europeo, soffrendo però maledettamente quella sera del 2 ottobre 1973 alla Royal Albert Hall quando faticò molto più del previsto nel tenere sotto controllo l’orgoglio sconfinato e il temperamento di Bepi Ros.
Cane e Cavicchi si ritrovano
Canè ha creduto ad un certo punto di poterla realizzare, l’impresa. E far diventare realtà quel sogno che Franco Cavicchi, una ventina d’anni prima, aveva saputo afferrare.
L’avvio di Dantone era stato molto promettente. Concentratissimo. Intenso. Picchiava duro. Era in vantaggio. C’è una foto che ha fatto il giro del mondo, con Bugner alle corde, che per un attimo appoggia quasi un ginocchio a terra, gli occhi spaventati. L’immagine dello sguardo impaurito del campione inglese. Tutt’attorno, è una bolgia. La gente si eccita, si alza dalle sedie. Urla, urla. Come un immenso grido che vuole spingere Dantone. L’attimo è fuggente, però. Scivola via. Canè non lo coglie al volo. Bugner si porta fuori da quel sentiero pieno di veleni nel quale s’era cacciato. Recupera impostazione e lucidità. Allora, è lui - il britannico - ad attaccare. Lo fa anche con irruenza. Parte una testata. E più avanti il gomito spigoloso di Bugner si stampa sul volto di Dante. Involontariamente, forse. Però il danno appare evidente. Dante è spaccato all’arcata sopracciliare sinistra. E ha anche un profondo taglio alla testa. Sanguina copiosamente. Non può proseguire così. E’ il quinto round e viene fermato.
L’illusione si trasforma in rabbia. Dantone istintivamente si sfoga, vorrebbe mollare la boxe. Più tardi, alla tradizionale cena del dopo-riunione, da galantuomo qual è, Canè si alza dal suo tavolo, attraversa la sala del ristorante e va a complimentarsi con Joe Bugner.
Il secondo assalto all’Europa non ha avuto storia. Dantone, già a 38 anni e mezzo, il fisico appesantito dopo anni di battaglie, non aveva possibilità contro Alfredo Evangelista uruguagio-spagnolo, il peso massimo emergente, giovane, con tutta la freschezza e la potenza pronte ad esplodere. Un tentativo ai confini dell’impossibile. Però Canè quella chance meritava di averla. Come atto di stima, come omaggio. Per una carriera dispendiosa e valorosa.
Dante ci provò, a sorprendere Evangelista, colpendolo a freddo con un perfido destraccio. Perché il “gigante buono” non aveva più il ritmo per potare colpi in serie, però un colpaccio secco… eh, lo sapeva ancora tirare con efficacia. Da bordo ring ricordo la smorfia di stupore, e anche un pizzico di disappunto, sulla faccia del giovane Evangelista. Contemporaneamente un lampo si accese negli occhi dell’uruguagio. Evangelista lanciò verso il vecchio campione un’occhiata di rispetto, per quella zampata con la quale aveva cercato di fargli male. Ma in quell’occhiata c’era anche il lampo della sfida. Evangelista non voleva più concedere nulla a Canè. E cominciò a picchiare, con un ritmo che Dante non aveva più.
E quando gli piombò sulla bocca un gancio che gli lesionò due denti, Canè capì tutto il pericolo di quel match. E da persona intelligente accettò di fermarsi (o d’essere fermato). Proseguire non avrebbe avuto senso.
Nel Madison bolognese, quel pomeriggio del Santo Stefano 1978, c’erano circa 9000 spettatori. Non ho più visto così tanta gente da allora, nella città delle Due Torri, per il pugilato.
Il tentativo europeo (il secondo in carriera) di Dantone era durato appena quattro round, neanche.
Delusione? No.
Canè afferrò il microfono dello speaker e d’istinto, con tutto il suo cuore, parlò alla gente. Chiese scusa.
Ma non era necessario.
Tutto il pubblico capì.
Intuì anche che Dantone si sarebbe ritirato. E partì un oceanico applauso. Carico d’affetto, di simpatia, di ammirazione. Per il pugile che aveva dato dato tutto se stesso, fino all’ultima goccia di energia, sul ring.
E vennero gli anni del dopo-boxe. Dante e Paola in bottega. Nella salumeria di via Galeotti 2. Lei con il suo sorriso, lui con la sua simpatia. Perfetti!
Coccolavano i clienti. Ed era un piacere andare nella loro bottega.
“Senta, senta che bel profumino questa mortadella. Mo’ non si può mica resistere…”.
Dante suggeriva, indicava ad esempio alla vecchietta che andava a fare la spesa che cosa c’era di speciale in negozio. E non ne sarebbe rimasta delusa…
Tra i clienti anche diversi appassionati di boxe, e allora si chiacchierava. E saltavano fuori i ricordi, i racconti, gli aneddoti, e la “Salumeria Canè” si trasformava in un cenacolo dov’era bello parlare di pugilato. In particolare, era piacevole ricordare quelle memorabili cinque sfide per il titolo dei massimi con Bepi Ros, solido “Razza Piave”, un altro che amava non arrendersi mai. La fiera rivalità fra Dantone e Bepi (rivalità sana, leale, c’era ammirazione l’uno per l’altro) fa parte della storia del nostro pugilato.
Quelle loro battaglie così gonfie d’orgoglio e di coraggio (accompagnate anche da buona tecnica pugilistica) hanno infiammato la gente. Novemila-diecimila spettatori nel “Madison” di Piazza Azzarita a Bologna. Altrettanti a Conegliano Veneto, il territorio di Ros.
LE CINQUE EPICHE SFIDE CON BEPI - La prima volta, il 15 maggio 1970, Bepi vinse per KO all’undicesimo round contro un Canè che s’era presentato sotto il quintale e aveva cominciato il match con intensità, per poi trovarsi all’improvviso “vuoto”, senza energie, sfinito sulle ultime curve del combattimento, in balìa di Ros il quale era uscito alla distanza interpretando una strategia più logica.
Il secondo match porta la data del 2 ottobre 1971. La sede è ancora Bologna, il palasport di Piazza Azzarita. Canè ha un nuovo manager, è passato nella colonia pugilistica modenese di Guido Rebecchi. Dantone torna al suo peso naturale. Ha imparato la lezione, non vuole commettere gli errori di sedici mesi prima. Canè sfrutta con efficacia il maggiore allungo. E fa sentire il suo peso. Ros fatica ad afferrare l’iniziativa. Va al tappeto su un velenoso gancio sinistro. Colpo terribile. Bepi, però, è un duro. E riesce - con tutta la forza mentale che ha - a rimettersi in piedi. Si arriva alla fine. Canè vince ai punti.
Terza sfida, l’8 luglio 1972. Stavolta il duello va in scena in Veneto. Conegliano vive un giorno speciale. La cittadina in provincia di Treviso è invasa da appassionati di boxe. E’ un evento da non perdere. Canè parte forte, va all’assalto cercando il colpo del knock out. Bepi, sornione e furbo, gestisce le energie e lascia sfogare il gigante bolognese. Si protegge, controlla. Aspetta. Aspetta che Canè perda le energie migliori e debba concedersi delle pause. Ed è in quei momenti che Ros cambia ritmo e sorprende l’avversario. Dante va al tappeto nel corso della sesta ripresa. Knock-down. Il bolognese si rialza, rischi grosso anche all’undicesima ripresa ma stavolta non va giù, porta il match ai punti. Il verdetto è chiaramente per Bepi Ros, che davanti alla sua gente compie un capolavoro tecnico-tattico.
Passano quasi due anni prima del “faccia a faccia” numero quattro. Ancora in Veneto. Diecimila spettatori allo stadio comunale di Conegliano, il 25 luglio 1974. Combattimento intenso ed equilibratissimo. Talmente equilibrato che - alla fine - viene decretato un verdetto di parità. Va bene a Canè. In quel periodo è lui il campione in carica, titolo vinto nel luglio ’73 a Rapallo contro Baruzzi. Dantone, dunque, conserva la cintura.
La serie si fa sempre più appassionante. E richiede una nuova sfida. Le puntate precedenti ci hanno fatto vedere un KO (vittoria di Ros), un successo ai punti di Canè, una vittoria ai punti per Ros. E un verdetto di parità.
L’Italia pugilistica si appassiona sempre più ai duelli fra questi valorosi combattenti dalla grande anima.
E si arriva alla quinta battaglia. Va in scena a Reggio Emilia, il 30 settembre 1976. Sette round in equilibrio. Canè, in ottima condizione, impone un buon ritmo. E dall’ottavo round si nota un Ros affaticato. Perde brillantezza, il guerriero veneto: strano, proprio lui che ha nella resistenza il punto forte. Evidentemente Canè ha preparato una strategia eccellente, è reattivo con continuità. E riesce a limitare le potenzialità di Bepi. Chiaro il successo ai punti per Dantone.
E l’ultima sfida d’una serie appassionante e assolutamente straordinaria che si chiude in parità: due i successi di Canè, altrettanti quelli di Ros. E un incontro pari.

Canè- Righetti
Storie popolari di grandi uomini e di pugili che ci hanno regalato intense emozioni.
Storie di tifosi che - in un’epoca splendidamente romantica e ancora abbastanza ruggente del nostro pugilato - si spostavano in massa per seguire, incoraggiare, incitare i loro idoli. Si organizzavano pullman, si riempivano automobili, e si viaggiava badando bene di partire con una bella scorta di vino. Quello era immancabile. E dentro gli impianti sportivi era un festival di cori, canti, slogan, ma sì anche alcuni tafferugli che poi… lasciavano posto all’ironia. Quella che ti accende un sorriso.
UN CUORE E TROPPE LACRIME - Purtroppo, Dantone Canè se n’è andato troppo presto. Quando nel 1997 è venuta a mancare la sua amatissima Paola, il Gigante si è sentito solo. Smarrito. La vita è proprio crudele, quando vuol’essere crudele. Il cuore del guerriero ha pianto lacrime, tante, non riuscendo mai a trovare consolazione. Il grande cuore del coraggioso campione del ring era diventato un cuore stanco. Appena tre anni dopo, Dantone ha seguito la sua Paola.
Era la mattina del 5 maggio del nuovo millennio. Mentre stava scaricando dal baule della sua automobile degli scatoloni pieni di prodotti per la salumeria, Dante si sentì improvvisamente poco bene. Si fermò. Impallidendo. Un attimo. La vita che se ne va.
Non aveva ancora 60 anni, li avrebbe compiuti a giugno.
Sono passati venti anni. Due decenni. Il tempo corre veloce. Però Bologna non lo dimentica, il suo Gigante Buono. Non ha mai dimenticato le sue imprese, la sua simpatia, la sua umanità.
Gli hanno dedicato, già da dodici anni, una rotonda. Dalle parti della Fiera. La rotonda “Dante Canè”. Confina con via Tazio Nuvolari - il leggendario “mantovano volante” cantato anche da Lucio Dalla - e con via Ondina Valla una atleta bolognesissima, virtussina, trionfatrice nel 1936 ai Giochi Olimpici di Berlino negli 80 ostacoli.



