
di Dario Torromeo
A Milano Loris Stecca distrugge Leo Cruz.
Poi, arriva Victor Callejas. Siamo a Portorico. Un caldo appiccicoso ci avvolge in ogni momento della giornata. Tanti colori e una voglia di prendere la vita a ritmo lento. Pepito Cordero è il boss, comanda tutto e tutti. Suo figlio di dieci anni detta ordini come se fosse il più irascibile dei promoter. Sono i Cordero a governare l'intera vicenda, sono loro a confezionare il trappolone.

Lo fanno allenare in una cella. Tre pareti di mattoni e una quarta fatta di sbarre. Lì dentro c’è un piccolo ring, fuori i tifosi locali urlano insulti e grida contro lo straniero. E quando non bastano le parole, arrivano gli sputi. Un inferno. Callejas ha il pugno pesante e Loris, già stanco per quella vigilia fatta di cattiverie, cede di schianto.
A Rimini, la rivincita. Vedo la determinazione di Callejas, il dolore di Stecca per una mascella fratturata nella parte iniziale della sfida, la grinta nell’andare avanti nonostante le fitte stiano torturandogli il cervello. Poi, con uno sforzo terribile, il piccolo ciclone romagnolo illude un Palasport incredibilmente pieno. Ma quando, per un corto circuito, le luci si spengono, come d'incanto si spegne anche la carica di Stecca. Tornata la corrente, si riprende a combattere. Il dolore è rimasto, il rischio è diventato troppo alto.
Scendeva dall’alto delle gradinate anche la mamma di Loris, correva giù urlando di paura. Teme per quello che ha appena visto. Salie sul ring in ultimo disperato tentativo di proteggerlo. È finita.

Loris diventa uomo in fretta, non per scelta. Per necessità.
A 24 anni si gioca il mondiale.
Quando nel ’72 Leo Cruz esordisce al professionismo, lui fa la seconda media.
Li dividono otto anni, ma a marcare la differenza è soprattutto una filosofia diversa del mestiere, della vita. Laggiù nei Caraibi il campione diventa pugile per forza. È l’unico modo per uscire da un’esistenza che altrimenti gli riserverà solo sacrifici e rinunce.
Loris in palestra entra senza necessità primarie da soddisfare. Scpère la boxe con il maestro Elio Ghelfi, gli piace.
E adesso vuole diventare il più giovane campione del mondo che l’Italia abbia mai avuto.
L’impresa che lo aspetta è terribile. Cruz ha 32 anni, ne ha vissuti dodici battendosi sui ring di tutto il mondo. Non è un picchiatore. Ma è un professionista che conosce come pochi l’arte di colpire di incontro. Se lo guardi da sotto il ring hai l’impressione che non sia particolarmente veloce di braccia, invece ha proprio nella rapidità di esecuzione una delle armi migliori. Possiede un’ottima scelta di tempo e sa come sfruttarla. Preferisce puntare sempre al bersaglio grosso. Si amministra con saggezza, spreca poco, punisce implacabilmente ogni errore.
C’è però un punto debole in mezzo a tante qualità. Ed è su quello che Stecca dovrà fare pressione. Cruz necessita di pause frequenti. Loris non dovrà concedergliele. Dovrà attaccarlo incessantemente, imponendogli un ritmo folle. Solo così riuscirào a fare nascere dubbi nella testa del campione.
È una tattica rischiosa. Servirà un match perfetto per portare il titolo a Rimini.
E Stecca queo match perfetto lo confeziona.
Il nono round è quello della sofferenza, quello della rivoluzione.
È l’unico in cui Cruz evidenzia una superiorità netta.
È la ripresa in cui il portoricano perde il mondiale.
Logorato da anni di battaglie, il campione sa che non ce la farà a sostenere il ritmo imposto dallo sfidante. E allora tenta la soluzione di forza. Un attacco disperato. Tre minuti di sofferenza pura per Loris, in difficoltà sì, ma mai sul punto di cedere. Quando suona il gong, Cruz ha esaurito il forcing senza riuscire a chiudere il match. È in riserva di energie.

“Adesso sei tu il campione del mondo, devi solo difendere il titolo".
La frase di Ghelfi (il primo a sinistra nella foto, al centro Umberto Branchini, poi Loris Stecca) esplode come una bestemmia in chiesa. Sembrano parole folli, sacrileghe, perlomeno avventate. Rappresentano invece l'ennesimo capolavoro psicologico del mio amico Elio.
Loris riprende a boxare come se l’incontro fosse appena cominciato. Un mulinare di braccia, un’esaltante galoppata, una prestazione fatta di continue magie.
Non è necessario andare alla lettura dei cartellini. Il Boom Boom romagnolo risolveva la questione prima del limite.
Attacca Cruz senza dargli tregua.
I colpi raggiungono il bersaglio, sgretolano a poco a poco la resistenza del dominicano. Hanno il pregio di essere veloci, di non rimanere isolati. Loris boxa con ottima scelta di tempo, efficacia, affidandosi a una eccezionale condizione atletica. Leo Cruz si arrende quando mancavano 38 secondi alla fine della dodicesima ripresa.
Il titolo finisce nelle mani del giovane romagnolo.
È appena diventato il più giovane italiano campione del mondo di pugilato
(clicca sul link sotto per vedere il Trailer del docufilm)
https://www.youtube.com/watch?v=8BW3Ugo922U

(estratto dal comunicato stampa)
Venerdì 27 marzo, alle 21:15 andrà in onda su Sky Documentaries “A luci spente”.
Racconta la storia di Loris Stecca. Grande sul ring, oggi fa a pugni con i propri demoni. Un ritratto in bilico tra luce e oscurità che intreccia i temi del successo sportivo con quelli della colpa, della sconfitta e di una rabbia che sembra non finire mai. Loris è stato un fighter capace di entusiasmare televisioni e sponsor, ma capace anche di una caduta senza fine. Oggi, a 65 anni, dopo una condanna a otto anni per tentato omicidio della socia, lavora come netturbino in una cooperativa sociale. Sogna di aprire con la figlia una palestra che porti il suo nome e proponga corsi di autodifesa.
Regia di Mattia Epifani,
Prodotto da Alessandro Marotto e Silvia Fedrigo.
Sceneggiatura: Francesco Lefons, Mattia Epifani, Massimo Tiburli Marini




