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Tennis: With or without you

(il mio piccolissimo omaggio a Juan Carlos Ferrero)

Qualche migliaio di giorni, qualche centinaia di partite. Le vittorie, le delusioni, gli infortuni, il ritiro. E io oggi sono qua a cercare di scrivere qualcosa per te. E ancora, dopo anni, non so da dove cominciare.
Forse dovrei iniziare dal primo match che ti ho visto giocare in TV, al torneo dell’Avvenire del 1996, contro Labadze. Sedici anni tu, quindici io.
O, magari, dovrei cominciare dalla fine, dal torneo di Valencia che ha segnato il tuo addio al tennis. Trentadue anni tu, trentuno io.
Tra queste due partite c’è stata la vita della mia vita. E c’è stata la tua carriera, che un po’ ha fatto parte della mia vita, da tifosa accanita quale sono.
Non ho mai pensato fossi il migliore e nemmeno, in fondo, mi interessava: ho tifato per te perché vedevo qualcosa di me in quella determinazione che mettevi per arrivare oltre i tuoi limiti. Ho tifato per te perché mi piaceva il tuo gioco, con quell’anticipo sulla palla e quella rabbia cieca con cui volevi dimostrare a tutti che non eri solo un terraiolo. Ho ammirato la tua correttezza e il tuo soffrire in silenzio, con la dedica delle vittorie a chi poteva vederti solo dall’alto. Ho continuato a tifare per te quando sei caduto e hai provato a rialzarti, quando le partite saltate per infortunio sono state più di quelle giocate, quando sei diventato uno dei tanti e dovevo scorrere i live scores per cercare i tuoi risultati su campi improbabili.
I numeri dicono che sei stato numero 1 del mondo per 8 settimane, hai vinto 16 tornei di cui uno slam e quattro masters series (o masters 1000 come si dice adesso).
Il mio cuore, se proprio deve scegliere, individua una partita simbolo della tua carriera: non quella contro Kuerten a Roma, che ti fece alzare le braccia al cielo italiano nel giorno della festa della mamma. Non quella contro Verkerk a Parigi che ti portò alla vittoria del Roland Garros. Non quella contro Agassi a Us Open che segnò la conquista del numero 1 in classifica. Non quella contro Federer a Madrid che aprì le porte all’unico masters series indoor.
E’ la partita contro Coutelot al Roland Garros del 2002, l’anno della finale persa con Albert Costa. Il giorno prima ti eri distorto la caviglia in allenamento con Robredo, la mattina al TG di Eurosport si parlava di ritiro. Invece sei arrivato allo stadio con le stampelle e non so quante infiltrazioni di antidolorifico, sei andato sotto nel punteggio due set a uno e hai vinto al quinto, perché quello era il tuo torneo, non potevi mollare senza provarci. E’ l’emblema della tua carriera. E’ il ritratto della mia vita.
Buona fortuna Campione, mi mancherai.

 

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