di Gualtiero Becchetti
Ferrara, venerdì, 27 Aprile 1990. Vigilia del derby emiliano valevole per il Tricolore dei welter tra Alessandro Duran e Paolo Pesci. A metà pomeriggio, nella vecchia palestra della Pugilistica Padana in via Lucchesi, ad un tiro di schioppo dal Castello Estense e dalla Cattedrale, entra Rocco Agostino manager di entrambi i due protagonisti, seguito dal suo amministrato dominicano Freddy Cruz e da un gruppo di pugili argentini: il superpiuma Miguel Angel Francia, il welter Hugo Luero, il superleggero Juan Carlos Villareal e il piuma Sergio Martinez. Tutti sono lì per l’ultima sgambata prima degli imminenti impegni e si guardano attorno con curiosità, osservando appesi alle pareti numerosi manifesti dei match del loro connazionale Juan Carlos Duran, del quale probabilmente conoscono il nome, ma non la storia. Per la cronaca, Cruz e Francia chiuderanno poi in parità uno dei combattenti più belli visti a Ferrara nell’ultimo mezzo secolo; Hugo Luero, già campione argentino dei superleggeri ma ormai agli spiccioli della carriera, uscirà sconfitto ai punti contro il medio Agostino Cardamone, facendogli passare però uno dei momenti più duri della carriera con un tremendo montante al corpo nella fase finale del match; infine, il giovane picchiatore Villareal (destinato a diventare pugile di livello internazionale) metterà ko in poche battute il tunisino Ayari. E ricordando alcuni di questi atleti, viene da domandarsi come sia stato possibile che alcuni di loro siano finiti nell’anonimato e tra le schiere dei giramondo, nonostante il talento che sprizzava da ogni poro. Misteri della boxe…
L’attenzione dei ragazzi che si stanno allenando, dei curiosi e dello stesso Juan Carlos Duran viene subito catalizzata da Martinez, un brevilineo con capelli corti e nerissimi, gli occhi scuri, gli zigomi sporgenti e la pelle olivastra da “indio” purosangue. Trascina infatti a stento la sacca con l’attrezzatura e cammina con il busto piegato in avanti, come chi sta soffrendo di un gran male alla schiena. Poco dopo ricompare in una tenuta d’allenamento che, per quanto è sdrucita, potrebbe risalire all’epoca dei “conquistadores” spagnoli e comincia a riscaldarsi. Ad ogni movimento una smorfia gli si disegna sul viso, anche se dalla sua bocca non esce alcun lamento. Ad un certo punto, mi avvicino e gli domando: “Come stai?”. “El Coquito” (questo il suo soprannome che significa “piccolo cocco”, cioè rotondetto e duro), mi guarda e risponde: “Muy bien!”. Non ne sono per niente convinto, ma ne prendo atto. Poi insisto: “Con chi combatti?”. E lui: “No sé” (Non lo so). Faccio un attimo mente locale e deduco che il suo avversario non può essere che il 27enne Piero Morello, il talentuoso superpiuma siciliano radicato in Toscana, già campione italiano ed europeo della categoria, di tre anni più vecchio di lui. Veloce, tecnico, furbo, vincitore di Renzo, Curcetti, Amand e altri pari-peso di buon quotazione, Morello non mi pare proprio il tipo più adatto da affrontasi in quelle condizioni. Passano alcuni minuti e mi si avvicina Carlos Duran, il quale mi chiede cos’ha quel ragazzo. Gli spiego il breve dialogo che ho avuto con lui e allora, questa volta naturalmente in spagnolo, gli ripete la domanda: “Como stas?”. Risposta fotocopia: “Muy bien!”. Carlos insiste: “No creo…Te duele la espalda?” (Non mi sembra…ti fa male la schiena?). “Un poquito. Pero estoy muy bien” (Un pochetto. Però sto molto bene).
Carlos s’allontana assai perplesso e proprio in quell’istante, mentre tenta di passare sotto le corde per entrare nel ring, Sergio Martinez si blocca e fatica non poco per riassumere una posizione semi-verticale. Carlo allora ritorna sui suoi passi e dice: “Questo ragazzo non è in grado di combattere! Ha un avversario forte eppoi non lo passeranno neanche alla visita medica…”. Proviamo a pensare cosa si può fare e l’unica idea per provare a tamponare l’emergenza è quella di chiedere l’aiuto di Ermanno Turrolla, il massaggiatore della palestra e di un medico sportivo. Detto e fatto. Alla fine dell’allenamento sono entrambi sul posto e si prendono cura dell’indio, che li guarda tra sospetto e sorpresa e ribadisce ad entrambi, mentre fatica persino a muoversi, che sta “muy bien”. Il sospetto è che tema di vedersi annullare il match e quindi la relativa borsa della quale ha evidentemente molto bisogno. Il massaggiatore lo manipola un po’, il medico gli fa un’iniezione di potenti antinfiammatori…Si vedrà che succede il giorno dopo.
Il mattino seguente, in mezzo alla consueta baraonda delle operazioni di peso, arriva l’argentino dichiarato idoneo alla visita medica e questa è già una bella notizia. Sale sulla bilancia con la consueta espressione impenetrabile e mantenendo una postura quasi corretta. Domanda inevitabile: “Come stai?”. Risposta altrettanto inevitabile: “Muy bien!”. Non poteva essere così, considerando che appena 12 ore prima asseriva di stare bene nonostante sembrasse spezzato in due… Anzi! Galvanizzato dalla diminuzione del dolore, aggiunge: “Esta noche voy a ganar con el boleo!” (Stasera vincerò con lo “sventolone”). Perplessità totale di tutti i presenti.
Alla sera, ecco il momento della verità. In un angolo, elegante, concentrato e nel pieno della forma, il favoritissimo Piero Morello. All’altro angolo, con pantaloncini sgualciti e scoloriti di almeno un paio di misure inferiori, Sergio Atilio Martinez “El Coquito”, il quale fatica a sfilarsi una strettissima maglietta ex-rossa ed ora rosa per gli anni di lavaggi, il quale si lascia sfuggire un’ultima e breve smorfia di dolore. I pochi “che sanno” sono incuriositi per vedere come andrà a finire e qualcuno è persino preoccupato per l’incolumità dell’argentino. Gong! Morello comincia a lanciare il suo lungo e veloce jab, ma dopo pochi secondi Martinez va all’assalto come se fosse indiavolato. Sembra che sia questione di vita o di morte e spara colpacci a tutto braccio, sorprendendo Piero che certamente non s’aspetta un inizio di tale difficoltà. Mette in movimento le gambe, cerca di uscire dalle traiettorie lateralmente, ma alcuni “boleos” lo centrano e allora s’aggrappa alla sua superiore scuola tecnica, però il momento è difficile. All’improvviso, una profonda ferita gli si apre sul sopracciglio per l’impatto con l’ennesimo “boleo” e il sangue zampilla copioso. Gong! Il round è finito, ma è finito pure il match perché Piero Morello non è in grado di riprendere le ostilità. Vince Sergio Atilio Martinez e la delusione all’angolo del nostro pugile è grande. Il bravo siculo-toscano rientrerà dopo quasi un anno di sosta con una vittoria su Figueredo, per poi dare l’addio al ring ancora giovanissimo dopo la sconfitta ai punti subita per mano di Salvatore Curcetti, in un match valevole per il titolo italiano.
E Martinez? Pochi minuti dopo il combattimento vinto contro nientemeno che un campione europeo, con lo sguardo imperturbabile e sostanzialmente malinconico della sua gente, è già sul fondo del parterre a guardare gli altri match. La gente si complimenta e lui risponde con cenni d’assenso del capo. Mai visto un pugile in quelle condizioni vincere un incontro e forse neppure entrare sul quadrato. Una grande lezione di sport e di vita. Peccato che il suo immenso coraggio e l’incredibile capacità di sopportare il dolore, uniti ad una non comune potenza gli frutteranno poco. Diventerà in breve uno dei tanti “duri” collaudatori di pugili di livello e concluderà la carriera parecchi anni dopo, costellata più da sconfitte che da vittorie. Il suo momento di sorprendente gloria s’era acceso e subito spento a Ferrara e oggi nessuno lo ricorda più.
Succede a chi nasce pugilisticamente nel posto sbagliato.



