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Un intoccabile poeta del ring

 Nicolino Locche.jpg

(BM)L’ammalato chiamò l’infermiera e le disse dolcemente :” Per favore, vorrei accendere una candela alla Vergine a cui sono molto devoto, potrebbe darmi  un accendino?”. L’infermiera non potè resistere a quella voce così suadente e gli portò l’accendino, poi  lo lasciò da solo a… pregare. L’ammalato invece non ne aveva la benché minima intenzione ed appena ebbe la certezza che l’infermiera non fosse nei paraggi, tirò fuori dalla borsa che teneva sotto il letto, un  “cigarillo” che aveva opportunamente occultato  e se lo fumò respirando e godendo di  ogni intensa boccata. Due ore dopo il “fumatore” incallito  entrava in sala operatoria dove l’aspettavano per operarlo al cuore! Questo era il “personaggio” Nicolino  Locche , l’uomo che nessun colpo scagliato da uomo riusciva a raggiungere,  ma che ne subì di veramente gravi e dolorosi solo per colpa di un vizio: quello del fumo. Un vizio da cui non si  separava nemmeno a pochi minuti dal  match!   Nicolino nacque a Tunuyan vicino Mendoza in Argentina, il 2 settembre del 1939. Dopo aver disputato qualcosa come 120 matches da dilettante, passò professionista nel 1958, esattamente  l’11 dicembre, mettendo ko in due rounds Luis Garcia. Era un evento rarissimo nel suo palmares ...che lo vide solo 15 volte su 117, vincere prima del limite! Fu  allievo del mitico Francisco “Paco” Bermudez, il grande maestro mendocino che plasmò anche un altro grande campione mendocino come Pascual Perez .  Nicolino, trasformò l’abilità difensiva in… arte. Il suo “complice” era il pubblico con il quale “giocava” mentre riempiva di frustrazione i suoi avversari, sbilanciandoli con le sue finte, le sue schivate, i suoi spostamenti sul tronco…un vero grande ed unico artista.  Questa sua abilità nel colpire senza essere mai colpito, muovendosi con armonia ed eleganza come un ballerino di tango,  gli valse il soprannome di “Intocable” (l’Intoccabile) ma  anche e purtroppo  le antipatie degli ortodossi che volevano vedere le “mazzate” e di una parte della stampa che asseriva che non aveva rispetto per i suoi avversari (… forse che ne ha il toro per il torero?). Era un autentico istrione a cui il ring dava, come diceva Aznavour , “la giusta dimensione”. In Argentina ricordano che uno degli attori comici ed umoristi più famosi del tempo,   il grande “Pepito” Marrone, era solito mettere un cartello sulla porta , quando Loche combatteva , con su  scritto:” La recita riprenderà solo dopo il match di Nicolino!”. Il 12 dicembre del 1968 l’ Argentina si fermò e si mise in ascolto davanti alla radio per seguire  la radiocronaca del suo tentativo mondiale  WBA del titolo dei superleggeri detenuto dal giapponese Takeshi “Paul” Fuij. Allora i matches, come anche qui in Italia ,  li “sentivi” alla radio (ricordiamo i tre Griffith –Benvenuti…) e forse  li “vivevi” più intensamente. Alcuni giornalisti riferiscono che delle 13 persone che facevano parte del suo entourage che lo accompagnavano nella trasferta nipponica, solo lui …era calmo e tranquillo. Gli altri con in testa il grande impresario Tito Lectoure, erano nervosi e preoccupati. Ma non temevano  la caratura del marines giapponese Paul “Takeshi” Fuij (che pure aveva “travolto” Lopopolo…) , ma  la determinazione che il giapponese, spinto dai suoi osannanti tifosi, metteva nei suoi matches. Dichiarazioni come ”Morirò piuttosto che cedere il titolo…”,  non erano semplicemente un modo di dire per…un discendente dei “kamikaze”! Il più tranquillo era proprio lui l’  “Intoccabile” che a sua volta dichiarò che avrebbe umiliato Fuij. “Una sbruffonata ?” chiesero a Tito Lectoure i giornalisti. “No! “ rispose Tito. “Questo è  Nicolino Loche!”.  Fu un match straordinario dove il giapponese scagliò centinaia di colpi senza “trovare” mai il bersaglio, mentre a sua volta veniva colpito come se stesse combattendo contro un…”fantasma”. Nell’ottavo round scrissero i giornali che gli occhi del giapponese erano …”più neri di una notte senza luna”.  Dopo il nono round tutta la platea all’ennesimo  “spettacolo” fatto di classe e di abilità, di plasticità  e d’intelligenza, di classe e di intuizione,  in parole povere …di “magia”; si alzò in piedi e cominciò a gridare :”Nisei! Nisei! Nisei!” ( Maestro! Maestro!Maestro!). Ebbene si! Anche i freddi e compassati tifosi nipponici non riuscirono a resistere al fascino che emanava quel campione che aveva mostrato a tutti l’arte di vincere divertendo… divertendosi  a sua volta, mentre “scherzava”  con il “pericolo”. Aveva finalmente realizzato il suo sogno (quello di non vedersi riconosciuta la qualifica di sfidante al titolo, malgrado le vittorie su uomini di prima scelta, lo aveva angustiato molto…). Aveva anche adempiuto alla promessa fatta alla madre. “Non potevo perdere…il titolo l’ avevo promesso a mia madre. Mi dispiace per Takeshi Fuij!”. Dicono che il giorno dopo il pugile giapponese si facesse dare una foto perché voleva vedere come era fatto veramente Nicolino…durante il match, aveva solo “sentito” arrivare i suoi colpi!   Difese il titolo contro campioni come Carlos “Morocho” Hernandez, Joao Henrique, Adolph Pruitt, Domingo Barrera Corpas ed Antonio “Kid Pambele” Cervantes. Perse il titolo, il 20 marzo 1976,  con un giovane panamense, Alfonso “Peppermit” Frazer, in un match molto equilibrato e con un verdetto un po’  casalingo.

Tentò nuovamente di recuperarlo, ma aveva ormai 33 anni e quella volta il colombiano Antonio Cervantes mise a frutto tutti gli errori commessi nel match precedente (non lo attaccò frontalmente, ma gli tagliò gli spazi, concentrandosi soprattutto al corpo…) e gli inflisse l’unica sconfitta prima del limite della sua carriera (perse 4 matches e ne pareggiò 14 …le vittorie come abbiamo già detto furono 117!). Si ritirò qualche anno dopo e quello con il cileno Ricardo Molina Ortiz, a San Carlos de Bariloche, fu l’ultimo match che disputò. Negli ultimi tempi stava male e veniva a Buenos Aires solo per visitare gli specialisti, ma non rinunciava ad accendere , malgrado avesse il cuore a pezzi, ancora qualche “candela”. Morì lo scorso anno ( il 7 settembre), mentre dormiva. Se ne andò  così  mentre era nel sonno e furono in molti tra i suoi tifosi che pensarono che quello era  l’unico modo che aveva la morte per… “sorprenderlo” ,  per non farsi “evitare”  con una delle sue magiche “schivate”. Pochi  giorni prima, su iniziativa di un suo  grande amico, Adriano Dottori, aveva ricevuto il cinturone originale di campione del mondo della WBA. Ed è ancora Dottori  che  ha scritto una sua biografia e che desidera che la polvere gialla del tempo non ricopra l’immagine di uno dei più grandi sportivi argentini; che lo ricorda e lo saluta come ultimo e vero “poeta” del ring: “Grazie Maestro, esempio da imitare dell’umanizzazione sportiva. Grazie per tutto quello che ci hai regalato e grazie a Dio che ti ha fatto nascere argentino”. Un grazie anche da parte nostra, che amiamo questo sport e chi lo interpreta in questo modo: “Grazie Dio, per averlo fatto nascere…pugile!

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