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I KO delle meraviglie

Il fantastico rientro di Roberto Duran contro Davey Moore

 Duran Roberto Bianco e nero30 anni fa al Madison Square Garden

 

Articolo di Marco Bratusch

 

 Nella lunga e gloriosa carriera di Roberto Duran, detto “Manos de Piedra”, secondo alcuni il più grande peso leggero di sempre, ci sono una serie di incontri dall’esito inaspettato, in un senso o nell’altro. Questo capita quando un campione dall’indiscusso talento, e dotato di un carattere forte e orgoglioso come pochi altri, è solito condurre una vita non propriamente da atleta come la boxe richiederebbe a certi livelli. Basta quindi un rientro nei binari per far ricredere coloro che lo avevano dato per finito, così come basta un ritorno alla leggerezza negli allenamenti e alle distrazioni notturne per ricadervi e illudere quelli dai facili entusiasmi.

 

Con pochi dubbi, senza voler prendere il considerazione lo sgomento nazionale che portò con se il celebre “no màs”, uno dei momenti più difficili della carriera del fuoriclasse di El Chorrillo si ebbe nella primavera del 1982. Alcune settimane prima Duran aveva perso un match iridato contro un pugile eccezionale, un talento difensivo e di rara pulizia tecnica come il portoricano Wilfredo Benitez. Nonostante già a quel tempo la prassi di Duran fosse quella di ingrassare anche 20 chili tra un incontro e l’altro, per quell’incontro le cose vennero fatte a dovere. Il suo storico manager, Carlos “Papa” Eleta, lo mandò ad allenarsi sull’isola di Coiba, una specie di Alcatraz fuori dalle coste panamensi che conteneva appunto un carcere di massima sicurezza, lontano da tutto. L’ex campione si allenò duramente e si presentò sul ring del Caesar Palace in buone condizioni fisiche. Ma questo semplicemente non bastò al cospetto della freschezza e del talento di quello che era inoltre un superwelter naturale.

 

Per il rientro del “Cholo”, come vengono chiamati in tutto il continente latino coloro che hanno sangue misto nelle vene, si dovette aspettare un certo periodo di tempo. Si ritrovò difatti all’interno di una guerra “politica” tra i due maggiori promoter dell’epoca: da una parte Don King, che lo aveva amministrato negli ultimi anni, e dall’altra Bob Arum che ne rivendicava un contratto fresco di firma. Proprio a questo proposito il Miami Herald in quel periodo fece uscire un ariticolo dal titolo “Duran Just a Pawn in the Arum-King Chess Match”  (Duran solo un pedone nella partita di scacchi tra Arum e King).

 

Duran mano di pietraI due magnati del pugilato mondiale avevano difatti due programmi differenti e contrastanti per il pugile: l’avvocato newyorkese Bob Arum avrbbe voluto opporlo immediatamente al campione WBA dei superwelter Davey Moore; mentre Donald King avrebbe preferito un rientro interlocutorio prima di una sfida contro il temibile Tony Ayala, il quale tra un soggiorno in carcere e l’altro aveva promesso più volte di voler dare una lezione a quel panamense arrogante. La spuntò Don King, grazie a una temporanea buonuscita di 25.000 dollari a favore del collega e a un contratto che prevedeva altri tre incontri di Duran sotto la sua guida. Come rientro, quindi, venne identificato l’inglese nato in Giamaica Kirkland Laing come avversario perfetto per lo scopo, un pugile che aveva fatto anche da sparring a Duran e che quindi questi conosceva bene. Inutile dire che le cose andarono ben diversamente. Laing, conosciuto nel Regno Unito per uno che quando prendeva le cose seriamente era capace di far fare una figuraccia a molti, negli USA era poco più di un nome tra tanti. Tuttavia, il 4 settembre di quello stesso anno, alla Cobo Arena di Detroit, l’ex fuoriclasse Roberto Duran fece la figura del mestierante, combattendo senza lampi della sua classe, a ritmo basso e perdendo una split decision in favore del rivale. C’è da dire che Duran non fece certo le cose a dovere in allenamento, come testimonia l’amico Larry Holmes. Il suo campo di allenamento fu a Easton, in Pannsylvania, cittadina di 16.000 anime che con la presenza del campione arrivò ad averne circa 40.000, e più che sudare in palestra di giorno Duran spese il suo tempo intrattenendosi di notte nel night di proprietà del peso massimo americano. La solita eccessiva confidenza nei propri mezzi, l’amore per i festeggiamenti e la sottovalutazione di un avversario dal non grande richiamo, tutte costanti della sua carriera. Fatto sta che la sconfitta non solo fu considerata “Upset dell’anno” per The Ring Magazine, ma nei fatti fu la prima (delle 4 subite fino a quel punto) contratta contro un avversario di seconda fascia.

Il vulcanico promoter dai capelli dritti non ci stette, e pochi minuti dopo il match scese negli spogliatoi e diede una bella strigliata al suo assistito, dichiarando che non avrebbe avuto più nulla a che fare con il pugile. Abbandonato pochi mesi prima anche dagli storici allenatori Ray Arcel e Freddie Brown, che dopo le sorti del “no màs” preferirono ritirarsi in pensione, e dallo storico manager Eleta, per la prima volta Duran rimase professionalmente solo e con nessuno più disposto a scommettere su di lui.

Accadde quindi che Duran, mettendo da parte il suo proverbiale orgoglio, una mattina si recò a New York nello studio di Bob Arum per chiedergli un’ultima possibilità. Per sua stessa ammissione, l’avvocato ai tempi non si considerava un abile conoscitore di pugilato. Degli affari inerenti certamente sì, ma non delle valutazioni di un pugile. Lasciò quindi la decisione nella mani del suo assistente tecnico Teddy Brenner, il quale disse che a sua opinione si poteva provare a fare qualcosa. Duran difatti non aveva subìto nessuna vera punizione in carriera, non era ancora anziano nonostante una lunga carriera, e i suoi problemi sembravano risiedere prevalentemente nei disordini alimentari e festaioli che costernavano le sue giornate. Qualcosa di risolvibile, insomma, a patto che egli stesso lo avesse voluto. Arum acconsentì, e mise sotto contratto colui che nei pesi leggeri aveva fatto la storia. Come manager, Duran scelse invece Luis Spada, un suo fedele “amico” argentino che si era ritrovato coinvolto nel mondo della boxe grazie all’amicizia con Nicolino Locche e che fu uno dei pochi a non voltargli le spalle neppure in seguito alla nota rivincita di New Orleans contro Ray Leonard.

Come secondo “rientro”, venne pescato Jimmy Batten, un altro inglese che presentava pochi rischi e alcune sconfitte nel record. Si scelse di inserire il match nel cartellone del prestigioso (e bellissimo) primo incontro tra Aaron Pryor e Alexis Arguello, il 12 novembre 1982 all’Orange Bowl di Miami. Per sua bizzarra richiesta, Duran pretese espressamente di combattere nel walk-off, ossia come ultimo match della serata, dopo l’incontro principale. Le cose andarono in maniera abbastanza triste, e anche se l’arena a quel punto era semi deserta sarebbe stato meglio se lo fosse stata del tutto. Duran combattè un brutto match, vincendo una anemica decisione unanime sulle 10 lunghezze senza entusiasmi, con il fisico bolso e calante di un ex-pugile. Al momento del verdetto, le poche centinaia di spettatori presenti fischiarono sonoramente. Fatto ancora più significativo, nonostante la conferenza stampa del big match appena concluso fosse già finita a partire dalla sesta ripresa, quasi nessuno dei cronisti presenti tornò al suo posto per vedere all’opera l’ex campione, che incassò una borsa di appena 25.000 dollari. Il giorno dopo, la Top Rank decise che visto lo stato di cose non si poteva più aspettare, e organizzò un incontro da “dentro o fuori” con il picchiatore messicano Pipino Cuevas: una spinosa questione centroamericana.

Figlio di un macellaio di Hidalgo, nonostante l’età ancora giovane di 25 anni, José Isidro “Pipino” Cuevas era probabilmente già in fase calante. Tante battaglie sostenute a causa di uno stile votato tutto all’attacco, era passato professionista all’età in cui dalle nostre parti si iniziano le scuole superiori, e divenuto poi campione WBA dei pesi welter a soli 18 anni. Tutti i suoi avversari ricordano il suo gancio sinistro deflagrante, in particolare Harold Weston e Angel Espada ai quali ruppe la mascella, Billy Backus che ebbe la stessa sorte all’arcata sopraccigliare, ma anche Andy Price che nonostante riuscì a boxarlo disse di non essere mai stato colpito così forte. Il messicano era uno che riempiva le arene, seguitissimo dalla comunità ispanica di Los Angeles che impazziva per il suo stile. Poi arrivò Tommy Hearns, che era un pugile semplicemente di un altro livello, e lo spazzò via in due riprese. Ora anche Cuevas veniva da un upset in suo sfavore, quando l’anno prima perse da Roger Stafford. Ecco dunque perché l’incontro era da “dentro o fuori”, nonostante il tritolo nelle mani e l’orgoglio latino presente da entrambe i lati. Alcune settimane prima del match, inoltre, il suo vecchio allenatore di lunga data, l’ultraottantenne Ray Arcel, scrisse una lettera aperta alla rivista The Ring che tradurremmo in questo modo: ‘Caro Roberto, la vita è come un libro. C’è un inizio, c’è una trama e deve esserci anche una fine. E così, anche una carriera deve giungere alla sua fine. Io spero che tu sarai in grado di porre fine anche alla tua. Ray Arcel’. Duran non rispose, ma a quello che sembra concentrò i suoi sforzi in palestra. L’amico Luis Spada l’aveva avvertito di non voler perdere tempo, né il suo né il proprio, e anche la moglie Felicidad ricorda di averlo visto in quel periodo con un entusiasmo e una dedizione diversa che mancava da tempo.

 Infatti, il 29 gennaio del 1983 alla Sports Arena di Los Angeles, si vide un Duran del tutto diverso da quello che alcuni avevano intravisto mesi prima. Tonico, concentrato, reattivo. Vi furono due riprese di studio, Duran con il destro ben alto a proteggersi dal colpo migliore dell’avversario, prima che il micidiale destro dritto del panamense iniziasse ad andare a segno sempre con maggiore efficacia e continuità sul volto del rivale, e il sinistro a martoriare il fianco. Sul finire della terza ripresa, Cuevas tornava all’angolo con la testa bassa. Nella quarta, poi, avendo notato il rivale accusare vistosamente un colpo, la furia di “Manos de Piedra” affrettò la conclusione. Nonostante i numerosi tentativi di clinch, il panamense aggiunse i montanti da vicino e per Cuevas fu notte fonda, con l’arbitro che fermò definitivamente l’avversario a 2:26 della quarta ripresa, in seguito a un knockdown. 

A quel punto, però, nonostante la convincente prova su Cuevas gli avesse restutuito una parte della credibilità, furono in molti a credere che la scelta del prossimo avversario fosse poco meno che sconsiderata: Davey Moore era un giovane superwelter dal fisico statuario e dalla potenza deflagrante. Cresciuto nel Bronx, aveva una costituzione da peso medio e un tipo di fisico asciutto che sembrava non assimilare i grassi. Da dilettante aveva avuto un’ottima carriera, vincendo i Golden Gloves e chiudendo con un record impressionante di 96-6-4, mentre da professionista riuscì nell’impresa di diventare campione di sigla WBA al suo nono incontro senza caschetto, demolendo a Tokyo il giapponese Tagashi Mihara in 6 round. Questo match rappresentava quindi la quarta difesa della stessa cintura, e a 24 anni si presentava con un record di 12 vittorie e nessuna sconfitta, 9 delle quali per KO.

Moore Davey muore 25 anni faInizialmente l’incontro si sarebbe dovuto svolgere in Sudafrica, a Johannesburg, il 16 giugno del 1983, ma Bob Arum preferì spostarlo a New York in seguito all’infortunio riportato da Ray “Boom Boom” Mancini che avrebbe dovuto combattere nella riunione. La data restò quella, la stessa del trentaduesimo compleanno di Roberto Duran, ma la location divenne il grande Madison Square Garden, cosa che fece molto piacere al campione centroamericano. Duran, sotto consiglio del manager Luis Spada, spostò il campo di allenamento prima nel New Jersey e in seguito alla storica Gelason’s Gym di Brooklyn per le ultime due settimane. I due protagonisti, tra l’altro, ebbero modo di avere un inatteso confronto a Central Park una mattina presto, proprio mentre Duran aveva finito il footing e il suo rivale si apprestava a iniziarlo. Moore tentò di intimidire il rivale con il suo fisico scultoreo, ma probabilmente non sapeva bene chi si trovava di fronte. A distanza di alcune decine di metri, Duran lo fissava e gli rideva in faccia, ripetendo al suo allenatore che avrebbe piegato in due quel giovane troppo sicuro di se.

Il supporto che ricevette l’ex campione dalla sua gente fu grandioso. Nella conferenza stampa del giorno prima, come testimoniano i presenti, c’era tifo e bandiere panamensi ovunque. Lo stesso rivale, nonostante fosse lui il pugile di casa, non si capacitava di come praticamente tutta l’arena la sera del match sarebbe stata per lo sfidante, nemmeno si combattesse a Panama City. La mattina del match, verso le 11, come accadeva allora, ci furono le operazioni di peso. Duran non ebbe problemi e fece registrare 152 libbre, un chilo sotto il limite dei superwelter. Il suo avversario invece fece registrare un chilo in più (156 libbre) e dovette rimandare il tentativo alla bascula. Come sempre in questi casi, dopo aver fatto il peso Duran mangiò di gusto e senza ritegno. Non solo, si rifiutò di lasciare la postazione del peso e si fece portare il pranzo proprio lì, mangiando in faccia al suo avversario fino a quando, dopo un’ora e mezza di tempo, anche Davey Moore riuscì a rientrare nei limiti di categoria con ampio margine.  

La sera del confronto, in un’arena traboccante di sostenitori dello sfidante, il Madison Square Garden si riempì di 20.061 spettatori quasi tutti paganti, la più alta affluenza fatta registrare dalla rivincita di Muhammad Ali contro Joe Frazier del 1974. Le borse furono a vantaggio del campione, 300.000 dollari contri i 100.000 dello sfidante ma con la possibilità di raddoppiare la cifra grazie agli incentivi. Roberto Duran veniva dato sfavorito dai bookmaker di New York per 2 a 1, e anche tra gli addetti ai lavori pochissimi lo vedevano vincitore. Davey Moore era considerato troppo giovane, fresco e potente per poter essere fermato da quel campione dalla carriera molto lunga e ormai poco affezionato ai sacrifici della palestra…

Come arbitro del confronto venne designato Ernesto Magana, un messicano visto arbitrare alcuni mesi prima anche in Italia che godeva di buona reputazione oltre che di esperienza, il quale accolse i due pugili a centro ring.

La ripresa iniziale vide una prima fase di studio da lontano; Duran con movimenti più fluidi e bilanciato sulle gambe. Lavora con un jab secco che sembra partire da solo, segno di buona condizione. Il rivale, più dinoccolato, stenta a trovare la misura. Poi nell’ultimo minuto riesce a mettere alcuni buoni destri, due in diretto e due in montante, che portano lo sfidante a replicare di orgoglio.

 

 

Sempre il jab di Duran che apre il dialogo tra i due, anche se a volte viene incrociato dallo stesso colpo. Sul finire del primo minuto, un destro dritto del panamense spedisce Moore alle corde, il quale sembra sorpreso e leggermente scosso, e necessita di alcuni secondi per riordinare le idee. Il campione si ferma alle corde e si accende una violenta fase di scambio, con Duran a colpire duro sul fianco sinistro del rivale che però reagisce e trova un pesante gancio sinistro, ben assorbito dallo sfidante. El Cholo capisce che Moore soffre i colpi al corpo e torna a colpire a due mani, mettendolo in difficoltà. Sul finire della ripresa poi l’avversario trova due ottimi destri, uno dei quali oltre il suono del gong, e Duran invece di tornare al suo angolo resta lì davanti, a saltellare con il mento alto in segno di sfida, per fargli capire che la sua non sarà una notte facile.

Inizia la terza ripresa con Moore gonfio all’occhio destro, cosa che portò il suo staff e alcuni giornalisti presenti a dire che Duran usò il suo “mestiere” mettendogli un pollice nell’occhio, ma di questo non sembrano esserci riscontri precisi nei replay, benché alcuni trucchetti del panamense siano arcinoti. Inoltre il campione sembra avere un problema difensivo, e cioè che quando Duran va a segno in modo deciso, come con il destro dritto di inizio round, questi non riesce a spostarsi lateralmente ma bensì arretra fino a trovare le corde, dove si arresta. In questo modo lo sfidante può scaricare tutta la sua furia a due mani e guadagnare punti e confidenza. Per il resto si tratta di una ripresa fatta di clinch e fasi di corpo a corpo, in cui Moore è attivo ma deve soccombere alla maggiore qualità del rivale.

Che Duran si sia allenato con tutti i crismi è evidente: i colpi partono da soli, la testa e il tronco sono in continuo movimento per non offrire bersaglio, così come le gambe. La quarta ripresa si apre con una scambio di cortesie al bersaglio grosso che si ripeterà per tutti i tre minuti, alternati da alcuni jab. Forse la migliore ripresa per il campione dall’inizio del confronto, anche se molto equilibrata.

Davey Moore inizia il quinto round  con l’occhio destro ormai quasi del tutto chiuso, simile a quello di Carmen Basilio nel secondo match con Robinson, il che gli darà certamente dei problemi nel percepire la “profondità” dei colpi altrui. La prima parte di frazione scivola via senza colpi caricati e con un po’ di scherma, poi l’americano del Bronx, più volitivo, tocca bene con la mano destra mentre un Duran sornione si accontenta di lavorare al corpo.

Nel minuto di intervallo, i secondi chiedono al campione se è sicuro di sentirsi bene, ma Moore preferisce non rispondere e pensare a recuperare energie. La platea intanto ha capito l’inerzia del match e la condizione superba del suo idolo, e in piedi comincia ad agitarsi e a scandire il suo nome. Roberto “Manos de Piedra” Duran ascolta e inizia il sesto round con il ghigno dipinto sul viso, quello dei tempi migliori.

Lo sfidante inizia mettendo a segno il solito jab pulito, nonostante lo svantaggio in allungo e in altezza, per poi spostarsi alla sua sinistra. Moore può fare poco e tenta di trovare il colpo singolo, ma deve accusare il costante e intelligente lavoro al corpo dell’avversario. Alcuni montanti sinistri chiudono la traiettoria sul volto del campione che poi ha una buona reazione a due mani, ma lo sfidante assorbe tutto e replica con la cattiveria agonistica di chi sa di essere vicino al traguardo e non vuole saperne di rallentare.

La settima ripresa inizia con Duran che schiva elegantemente con il tronco alcuni tentativi del campione e poi aspetta, fiducioso, il momento per scatenare la replica. Moore porta un buon destro alto ma poi deve incassare quatto colpi pesanti nel giro di pochi secondi. Sembrano troppi, e il campione deve rifiatare. Si scatena una guerra e l’ex iridato dei leggeri e dei welter ha la meglio: scarica pesanti ganci sui fianchi del campione il quale li accusa vistosamente, per poi passare con lo stesso colpi “ai piani alti”. Quando mancano 15 secondi al termine della ripresa, un bellissimo destro a tutta spalla di Duran che conclude una azione spedisce il campione a sedere due metri dopo, vicino alle corde. Il Madison esplode, mentre Moore cerca di capire quale numero l’arbitro messicano stia scandendo. Con grande lucidità, si rimette prima in ginocchio e aspetta “l’otto” per rialzarsi, prima di dare il suo consenso per continuare. In realtà Davey Moore non ne ha più, ma in pochi secondi la ripresa è finita. Qui Duran, ripentendo una scena vista altre volte in carriera, si confonde e va a sedersi sullo sgabello dell’avversario e viene “recuperato” da uno dei suoi secondi.

L’arena intanto è impazzita e la polizia fatica a tenere a freno tutti i centroamericani ma non solo, ci sono anche caraibici e messicani, che trepidanti sembrano voler invadere il ring.

L’ottava ripresa invece non facile da commentare per chi vi scrive. Un Davey Moore orgoglioso, integro e coraggioso oltre ogni senso comune prova a replicare a due mani, sbracciando e perdendo la misura in continuazione. Il fresco sfidante di Paname invece è implacabile e lucidissimo, e d’altronde a un pugile non è richiesto di fermarsi, per quello ci sono gi arbitri, e continua a mandare a vuoto il rivale e a contrarlo di rimessa con colpi violentissimi. Il campione è ormai un fantoccio in preda all’avversario, “spostato” letteralmente dai colpi del rivale che incassa in modo netto e ormai senza opposizione. L’arbitro non si avvede della situazione, e continua ad andare lì e dividere i due avversari prima di proferire “boxe”, senza notare che ormai Davey Moore può solo tentare di legare in maniera sbilenca, ma non certo di colpire qualcuno. A un minuto dalla fine, un terribile destro di Duran coglie in pieno volto Moore sulle corde. Alcune persone a bordo ring urlano all’arbitro di fermare il match. Vola un asciugamano dall’angolo del campione, ma il referee messicano non se ne accorge. Devono entrare in scena i secondi di Duran e segnalare all’arbitro la presenza della “spugna”, prima che Ernasto Magana riesca ad avere un’idea chiara di quello che stava per succedere, e a fermare il match.

Chi era presente quella sera ricorda il senso di angoscia e in parte di “colpevolezza” che hanno accompagnato quei due minuti dell’ottava ripresa. Quando il pugilato presenta scene come questa ci si interroga su che tipo di spettacolo si stia assistendo. Per questo, ancora una volta, è chiaro come un arbitro di boxe abbia delle responsabilità infinitamente maggiori per la salute degli atleti coinvolti rispetto alla totalità degli altri sport che non siano, appunto, da combattimento. Ma Davey Moore, per fortuna di tutti ma in particolare la sua, non riporterà danni, e la festa può iniziare.

I secondi e il manager argentino invadono il ring, mentre la storica arena è una bolgia in festa e Duran alza le braccia al cielo lasciandosi cullare da quel mare di spinte e abbracci. Luis Spada lo raggiunge mentre gli occhi di Duran sembrano, oltre che umani, quasi commossi. Si concede una passeggiata fuori dalle corde, incitando la sua gente, e viene trattenuto a non cadere da “Plomo” Quinones, un allenatore nero che lo segue dai primi giorni in cui entrò in palestra da bambino. Ci sono alcune interviste per la televisione, mentre dietro di lui un Bob Arum pieno di capelli ricci ascolta compiaciuto.

A quel punto non deve essere stato facile, neppure per un “duro” di altri tempi come il panamense, ascoltare senza emozionarsi un Garden gremito che spontaneamente e con un pizzico di ironia gli avrebbe tributato un “happy birthday”, augurio che in pochi pugili nella storia avrebbero avuto l’onore di ricevere con le stesse modalità.

Sono esattamente sei, con questa vittoria, i pugili che Duran raggiunse come capaci di vincere un campionato del mondo in 3 differenti categorie di peso. Anche se va fatto un doverso distinguo, ci teniamo a dirlo, tra titoli “di sigla” e titoli “mondiali”, oltre che con epoche in cui le categorie di peso erano numericamente circa la metà. Questi pugili sono: Bob Fitzsimmons, Tony Canzoneri, Henry Armstrong, Barney Ross, Alexis Arguello e Wilfredo Benitez.

Dopo una breve sosta a Miami, un aereo privato mandato dall’allora presidente panamense Richard de la Espriella atterrò all’aeroporto di Panama City con a bordo il nuovo campione WBA dei superwelter. Roberto Duran scesa dalla scaletta in completo bianco e cappello ‘Panama’ in tinta. Sotto, la solita barba corvina e un sorriso di quelli che non gli si vedevano spesso. Ad attenderlo sotto il diluvio c’erano migliaia di fan, che lo seguirono nelle 10 miglia che separano l’aeroporto dal centro della città dove era atteso. E poco importa se quelle persone erano le stesse che meno di tre anni prima ne avevano rinnegato l’immagine e detto peste e corna nei ritrovi latini della Grande Mela o nella loro Nazione. Si sa, il continente latino vive di emozioni forti, odio e amore, e difficilmente indulge nelle mezze misure.

Con questa vittoria, da lì a poco sarebbe arrivato Marvin Hagler e un’impresa sfiorata e poi svanita nelle ultime riprese di un match equilibrato. Davey Moore, invece, sarebbe tornato a combattere ma senza più riuscire a esprimere la stessa forza di prima, né a tornare campione. Morì in uno sfortunato incidente domestico, travolto dalla propria auto nel vialetto di casa che porta al garage. Alcuni anni dopo, un suo amico e compagno di allenamenti, nativo dello stesso famigerato quartiere del Bronx, era campione del mondo WBC dei pesi medi. Si chiamava Iran Barkley, e pochi mesi prima aveva sorpreso il mondo mettendo knock out niente meno che Thomas Hearns. Convinto dei propri mezzi, l’americano raccolse la sfida iridata di un Roberto Duran ormai vicino ai quarant’anni, rimarcando il fatto di voler rivendicare quell’amico così pesantemente battuto e in seguito tragicamente scomparso.

Ma questa è un’altra storia, e gli appassionati sanno bene come andò a finire

 

 

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