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Boxe&Dintorni

Italia a zero medaglie? Il presidente Lai dice Colpa dei detrattori…

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Il Mondiale? L’hanno definito un fallimento. Le critiche costruttive aiutano a migliorare, quelle intrise nella malafede non meritano risposte

“Purtroppo non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”.

In una serena intervista pubblicata sull’ultimo numero della rivista Boxe Ring il presidente Vittorio “zero medaglie” Lai analizza con obiettività i risultati dell’ultimo Mondiale di Amburgo.

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Apre fornendo un’importante notizia.

“In Germania c’era il meglio del mondo, non quattro gatti”.

Ma no? Chi l’avrebbe mai detto?

Poi entra nel cuore del problema.

“Non abbiamo vinto medaglie, privilegio conquistato da 20 Stati. Peccato. Gli altri 55 hanno seguito la nostra sorte e tra questi ci sono Giappone, Brasile, Spagna, Cina, Turchia, Bulgaria, Ungheria, Portorico, Venezuela, Messico e molte altre che pure contano nello scacchiere mondiali. I nostri detrattori l’hanno definito un fallimento. Le critiche costruttive ci aiutano a migliorare, quelle intrise nel veleno della malafede non meritano risposte. Sono penose e spesso ridicole”.

E perché mai qualcuno dovrebbe definire fallimento un torneo in cui l’Italia esce con zero medaglie? Una manifestazione in cui almeno sei nazioni hanno vinto un oro e noi niente, in cui abbiamo racimolato cinque vittorie (di cui una per rinuncia) e sette sconfitte, portando un solo pugile ai quarti. E non siamo usciti contro fuoriclasse assoluti: cinque su sei di quelli che ci hanno battuto sono stati eliminati al turno successivo.

E tra i 55 Paesi che sono finiti a mani vuote come l’Italia, quanti percepiscono nel quadriennio olimpico più di 18 milioni di euro (o l’equivalente nella moneta locale) da un Ente esterno? Quanti presidenti di quei 55 Paesi hanno un compenso di 36.000 euro (o l’equivalente nella moneta locale) come indennità annuale?

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Non contento Vittorio “zero medaglie” Lai adombra sospetti.

“Che ad Amburgo qualche azzurro sia stato trattato poco amichevolmente lo devono dire gli altri”.

Se pensa che l’Italia sia stata vittima di qualche ingiustizia da parte delle giurie, non sia timido, lo dica pure al suo amico Franco Falcinelli, che è presidente dell’Ente europeo e presidente a interim di quello mondiale. È italiano come Lai e parla la stessa lingua.

Il male non sono i risultati che mancano, no. Il male è da un’altra parte e lui l’ha individuato.

“I detrattori mentono quando affermano che siamo all’asciutto dal 2013. Vadano a vedere i risultati delle donne, con Alessia Mesiano oro mondiale in carica e oro al campionato UE di Cascia”.

Il campionato UE di Cascia? Per favore, chiunque abbia avuto la sventura di guardare alcuni di quei match sa che il torneo non può essere usato come termine di paragone a livello assoluto. Per il resto, l’oro della Mesiano è l’unico risultato importante centrato negli ultimi quattro anni. Non ci sembra un bilancio trionfale.

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Vittorio “zero medaglie” Lai chiude questa parte dell’analisi con una frase che condividiamo.

“Purtroppo non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Specialmente quando non è in buonafede”.

Un’autocritica che gli fa onore.

“Perché è mancato il podio? Semplicemente perché la rassegna ci vede alle soglie, ma manca quel qualcosa che non si compra al mercato, ma si costruisce con pazienza e perseveranza”.

Era ora che entrasse nel merito.

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Fatti, non parole. Era lo slogan elettorale di Antonio Del Greco alle elezioni presidenziali del 2013. Non gli è andata bene. Nella boxe italiana degli ultimi tempi è meglio non parlare di fatti.

In quanto a costruire sembra che anche qui l’impresa sia particolarmente complessa.

Agli ultimi Europei youth hanno partecipato sette azzurri. Abbiamo raccolto zero medaglie. Come era accaduto ai Mondiali di Doha 2015, all’Olimpiade di Rio 2016, agli Europei assoluti di Charkiv 2017 e ai Mondiali di Amburgo 2017.

In Turchia, dove si è svolto il torneo continentale giovanile, sono andate a medaglia quindici nazioni: Russia, Turchia, Azerbaijan, Bielorussia, Georgia, Bulgaria, Inghilterra, Irlanda, Croazia, Repubblica Ceca, Grecia, Ungheria, Polonia e Romania. Noi siamo rimasti a guardare.

Il pugilato italiano avrebbe bisogno di un’autentica rivoluzione culturale e di un’illuminata progettazione, ma per riuscire nella difficile impresa bisognerebbe prima riconoscere che la boxe azzurra è malata. Ascoltando le parole del 73enne dirigente sardo si potrebbe pensare che in fin dei conti la situazione non sia poi così disastrosa.

Gli unici peccati che ha individuato sono quelli commessi da “i nostri detrattori”.

Lai, pensionato, ex quadro delle Poste Italiane, è stato vice presidente federale e coordinatore del settore nazionale dilettanti AOB nel quadriennio che ha portato dall’Olimpiade di Londra 2012 a quella di Rio 2016. E da febbraio è presidente federale.

Ma se gli ricordate queste cariche, vi troverete ad ascoltare la sua non assunzione di responsabilità.

“Ero il coordinatore, ma non mi occupavo in prima persona del settore Elite. Quello era di competenza esclusiva di Alberto Brasca. Nessuno di noi vi ha messo bocca”.
Dimenticandosi di avere detto poco prima (le due frasi sono tratte da un’intervista da lui rilasciata a boxeringweb nel dicembre 2016) qualcosa che sembrerebbe in contrasto con quest’ultima affermazione.

“La solidarietà con Brasca c’è stata fino all’ultimo Consiglio Federale”, quando conultimo CF si intende quello dopo Rio 2016.

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Abbiamo riportato i fatti.

Dalle parole di Vittorio “zero medaglie” Lai abbiamo avuto la netta sensazione che la situazione sia ancora più grave di quella che sembra. Chi dovrebbe gestire il pugilato italiano non riesce a vedere quanto sia malmesso. Se il medico non ha la capacità di diagnosticare il male, diventa difficile curare il paziente.

Dobbiamo comunque ammetterlo. Ha ragione lui.

“Purtroppo non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”.

E ha ragione su un’altra cosa.

“Le critiche costruttive ci aiutano a migliorare, quelle intrise nel veleno della malafede non meritano risposte. Sono penose e spesso ridicole”.

Sostituite pure critiche con autocritiche e il discorso avrà finalmente una valenza politica.

Dello sfacelo del professionismo parleremo in un’altra occasione.

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