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Boxe&Dintorni

Entriamo nel mondo di Gennady Golovkin, un duro dall’animo gentile

genUn duro dall'animo gentile


Sabato 16 settembre 2016 grande sfida a Las Vegas per il titolo dei pesi medi. Gennady Golovkin vs Saul Alvarez. Ripropongo un pezzo che ho scritto qualche tempo fa, ho aggiunto qualche novità di questi giorni e un bel video. È l’occasione giusta per raccontare alcune cose sulla drammatica vita di GGG, un duro dall’animo gentile.

kazako

Gennady Golovkin, Геннадий Геннадьевич Головкин, GGG.
Dotato di un fisico che ricorda più  un nuotatore che un pugile: gambe piccole e torace sviluppato, il kazako ha grande capacità di bilanciamento, favorito come è da un’ottima potenza di gambe. Sincronia nei movimenti e a una solida tecnica generano notevole potenza al momento di scaricare il colpo.
Quello che più mi colpisce e la capacità di muoversi a ritmi costanti ed elevati. Una buona scelta di tempo e la giusta pazienza nel cercare la soluzione vincente ne hanno fatto un fuoriclasse assoluto.
Stare davanti a uno con la potenza di Golovkin genera panico” ha detto Matthew Macklin, una delle sue vititme.
Usa con disinvoltura il jab, fa danni con il destro e chiude spesso la sfida con il gancio sinistro corto al corpo.
Nato incontrista si è trasformato in attaccante sotto la guida del coach Abel Sanchez. Oggi sa svolgere entrambi i ruoli con sufficiente padronanza.
Gennady Golovkin  ha una storia tragica alle spalle.

genitori
Padre minatore, scomparso alla vigilia del match contro Andy Lee. Un incontro saltato per permettere a Gennady di rendere l’ultimo omaggio al genitore.
Morti anche i due fratelli maggiori, Vadim nel 1990 e Sergej nel 1994, mentre servivano l’esercito russo. La famiglia non ha voluto celebrare i funerali senza i corpi nelle bare. Il governo non li ha mai restituiti.
La sua è stata una vita da vagabondo.
Fino al 2006 in Kazakhistan, nella città di minatori Karaganda, la sua patria. Poi in Germania sino al 2012, quando si è trasferito a Los Angeles per andarsi ad allenare a Big Bear con Abel Sanchez.

alina
Sposato con Alina, padre di due figli: un bambino a cui ha dato il nome di Vadim in ricordo del fratello a cui era molto legato, una bambina nata venerdì 8 settembre mentre lui era in preparazione a Big Bear Lake. Quando Abel Sanchez gli ha detto se volesse raggiungere la moglie appena ricoverata in ospedale per il parto, Gennady non ha avuto dubbi.

“Coach, abbiamo un combattimento in arrivo. Nostro secondo figlio nascerà sia se io sarò lì o no. Abbiamo un match da fare e ci concentreremo su questo.”

Solo dopo la seduta di allenamento, ha raggiunto la moglie e la bambina. È un uomo di famiglia, non è un senza cuore. Ha solo un alto senso di responsabilità.
Grande da dilettante: oro ai Mondiali di Bangkok 2003, argento all’Olimpiade di Atene 2004 sconfitto da Ahmed Khan, ha chiuso questa fase con 345 vittorie e 5 sconfitte.
Ancora più forte da professionista: 37 match, 37 vittorie di cui 33 prima del limite.
Nell’intera carriera, 383 combattimenti. Non è mai andato al tappeto.
Detto questo, resta difficile capire perché non sia ancora riuscito a bucare la barriera che separa la popolarità settoriale da quella universale.

È un ragazzo che si presenta bene, non banale nelle dichiarazioni, un combattente che ha sempre vinto. Forse la lacuna sta nella gestione del personaggio. Forse per elevare il suo status a quello di uomo simbolo ha bisogno di un avversario di spessore mediatico indiscutibile.
Campione ben pagato (cinque milioni di dollari contro Kell Brook, tredici garantiti contro Alvarez) ha cominciato la scalata alle sponsorizzazioni importanti. Ha esordito con uno spot per gli orologi Apple all’interno del Monday Night di Football Americano. È il segnale che finalmente anche la pubblicità si è accorta di lui. Se lo merita. Il pugilato ha bisogno di un campione così, ha bisogno che diventi un’icona capace di regalare nuova energia a questo sport. La sfida contro Canelo è il passaporto per diventare un personaggio universale.

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