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Lo sport e gli atleti. Essere filosofi senza volerlo essere

FilippideMaratona

Spesso mi sono domandato, al pari credo di tanti altri, quale sia la magia dello sport che da migliaia e migliaia di anni avvince il pubblico, trasformando i suoi grandi protagonisti in semidei nei tempi antichi e oggi in “vip”. Le risposte sono certamente molteplici, ma credo che nessuna possa prescindere dal fatto che quando un fenomeno attraversa i secoli senza alcun segnale di decadenza, ciò sia la prova che esso rappresenti qualcosa al di là delle mode, degli interessi e del semplice concetto di vittoria e di sconfitta. Tutto quanto è materia è corruttibile, destinato a consumarsi e a scomparire sotto i colpi del tempo; solo ciò che è interiore all’uomo e trasmesso di generazione in generazione non cede alla legge del tempo, pur mutando e adeguandosi alla realtà che lo circonda.

“Νενικήκαμεν (abbiamo vinto!)”-Gridò Filippide quando corse da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria sui persiani, dopodiché si piegò in due e morì, stroncato dalla fatica e dal caldo, ignorando che un giorno quell’impresa a “perdifiato” sarebbe diventata il simbolo delle moderne Olimpiadi. Quei 42 km. percorsi dal guerriero greco 2.500 anni fa sono diventati una leggenda, un mito e rappresentano quei valori interiori che nessuno potrà mai cancellare. In contrasto con lui, certi atleti contemporanei che non potranno mai incrinare o semplicemente sovrapporsi alla sua immagine, perché non motivati dall’appartenenza al quel popolo a cui egli annunciava lo scampato pericolo, ma dal denaro e dal doping. “Non-valori” materiali opposti a quegli antichi valori interiori, morali o spirituali che siano, i soli che non conoscono le offese del tempo. Eppure, in un certo senso anche i campioni dei tempi che furono non erano dilettanti allo stato puro, dal momento che in premio ricevevano capi di bestiame, vestiario, prati da coltivare. Ma la profonda differenza è che essi appartenevano appunto al popolo che li venerava e intravedeva in essi quasi il punto di passaggio tra i mortali e gli dei, nonché i testimoni di culture e valori che sentivano comuni e condivisi.

Poi il mondo è mutato profondamente e lentamente le leggi del mercato hanno appannato la politica intesa come espressione nobile (πολιτικος, l’arte di governare per il bene dei cittadini), così come in parallelo lo sport consumistico è stato asservito alla necessità di vincere comunque e dovunque con qualsiasi mezzo anche illecito e al guadagno. Una contraddizione quindi la mia, dal momento che ho appena affermato che solo ciò che è radicato nell’interiorità e nella spiritualità dell’uomo resiste al tempo? No, almeno così credo. Se gli atleti di un remoto passato erano tanto importanti dal contribuire persino alla sospensione delle guerre durante le Olimpiadi; se erano così ammirati da venire ricompensati con regali allora importanti; se le loro tombe erano oggetto di venerazione quasi al pari di quelle di re e imperatori è perché rappresentavano appunto tutto il loro popolo, inteso come collettività omogenea di uomini accomunati da lingua, cultura, origini e tradizioni. Apparentemente all’opposto di quelli di oggi, i quali non rappresentano più nessuno al di fuori di se stessi, degli sponsor e magari (ma solo momentaneamente) di una squadra e i cui interessi sono esclusivamente economici. Però, proprio su tale conclamata diversità vale la pena di riflettere.

In un certo senso, il legame antico che unisce il campione moderno con quello dell’alba del mondo, pur se spesso sepolto da cumuli di denaro, compromessi e aspirazioni esclusivamente materiali, non è svanito e va ricercato con attenzione nelle viscere nascoste di chi al posto dei cavalli e delle pecore, dei tessuti e degli attrezzi da lavoro dell’antichità, riceve fiumi di denaro corruttore e corruttibile. Non si diventa campioni all’improvviso e non si rimane tali se non si ha qualcosa “dentro”, prima che questa nostra epoca della “dea ricchezza” non addormenti le coscienze. Tutti siamo stati testimoni di imprese straordinarie di atleti contemporanei i quali hanno gettato il cuore oltre l’ostacolo sfidando la sofferenza, la paura e il dolore e hanno accettato la vittoria e soprattutto la sconfitta a testa alta, quasi identici in tutto e per tutto a Filippide che attraversò, con il cuore in gola sino a morire, la distanza che separava Maratona da Atene per gridare alla sua gente che la speranza era rinata. Il pugile che cade e si rialza per poi vincere; il ciclista piegato dalla fatica e che pure continua a pedalare; l’alpinista che non cede all’immensa solitudine della vetta e ogni altro uomo o donna che ha la forza di battere le stesse leggi della natura non lo fanno pensando in quel momento ai riflettori accessi, agli assegni bancari, all’effimera gloria che li attende da parte di questo mondo frettoloso e incapace di riflettere. Lo fanno perché in quel preciso istante, in quegli attimi passati quasi con un piede nella vita e l’altro “di là”, prepotente sentono emergere da dentro loro stessi, dalle parti più remote e nascoste del loro io, quei valori non materiali, non economici, non transitori che trasformano anche chi fa lo sport come mestiere in un eterno Filippide.

La marcia in più, la chiama il popolo. La scintilla del nuovo e dell’antico accumunate e indistinte in un’unica luce. E infatti, il popolo lo percepisce istintivamente e in simbiosi con Filippide trasforma un evento agonistico in una celebrazione d’identità, di orgoglio e d’indicibile felicità. A volte si sentono muovere delle aspre critiche per tali manifestazioni popolari, perché esse non si verificano per altre questioni considerate più serie e impellenti; ma se fosse proprio questo invece un altissimo momento di popolo e non gli altri? Se fosse proprio questo l’attimo in cui la gente si sente UNA e portatrice di valori extra-temporali fuoriusciti all’improvviso dopo lunghissimi silenzi, per merito del campione che è tale non per sé, non per gli sponsor, non per la squadra, ma per tutti? Se fosse questo lo spirito da riscoprire per dare un senso anche al resto, compreso il coraggio e la comunione d’intenti per vincere le durissime gare della vita quotidiana?
Il campione dello sport non appartiene a se stesso ma alla sua gente che in esso riconosce le proprie sembianze e la propria storia e solo in presenza di ciò si può parlare della pratica sportiva come di qualcosa di meravigliosamente nobile.

La quotidianità offre mille occasioni di faticare e di sacrificarsi per il pane quotidiano ed è straordinario il pensiero che, da quando il mondo era giovane, l’uomo abbia scelto di aggiungere fatica a fatica, sacrificio a sacrificio, spesso dolore a dolore e delusione a delusione per nulla, se non per qualcosa che solo lui sa cosa sia. Poi, talvolta un giorno accade che il suo patimento sia di tutti, che la sua vittoria sia radiosa gioia comune e la sconfitta indicibile dolore condiviso e il nome del protagonista esce dalla vita per entrare nell’inossidabile memoria collettiva.
Per queste ragioni non ritengo esagerato parlare di una metafisica dello sport e sono le stesse ragioni in base alle quali sono assolutamente convinto che lo sport senza cultura sia come un albero senza radici, per quanto grande destinato a seccarsi e perire. Qualcuno potrebbe obiettare, sostenendo che spesso l’atleta non è filosofo, non é poeta, non è storico, non è persona avvezza a chinarsi sui libri. A tale osservazione si può rispondere semplicemente ricordando che la metafisica non è tanto parlata, quanto sentita, intuita e testimoniata nel forziere del cuore e del cervello. Anzi, come accadeva per le strade d’Atene dove di filosofia amavano discorrere i sapienti insieme agli incolti perché ciascuno è filosofo, così dello sport e della sua metafisica si può parlare e anche non parlare tra tutti. La cultura, quella dei libri e della penna, ha un secondo compito: farsi testimone che dietro all’atleta c’è una lunga storia di valori antichi e popolari che, di tanto in tanto, emergono in superficie come un fiume carsico per rendere meno squallida e scialba questa società malata e delusa.

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