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La storia di Miracle Man, l’uomo che insegue un sogno. Battere Canelo

I miracoli sono sempre in attesa,
senza far distinzione per nessuno.
(Banana Yoshimoto)

Non so se il 5 maggio Daniel Danny Jacobs riuscirà nell’impresa di fermare la corsa di Saul Alvarez. Ma so che quello è il finale da film che lui sogna.

Lo chiamano Miracle Man. E quel soprannome lo merita tutto.

È un sopravvissuto. Otto anni fa, mentre soffriva su un lettino d’ospedale, gli avevano detto che non avrebbe più combattuto. Che molto probabilmente non avrebbe più camminato. Che rischiava di morire.

Era la primavera del 2011 e Danny girava l’Iraq in visita alle truppe americane. Il dolore che da qualche tempo sentiva alle gambe si era fatto sempre più forte, fino a diventare insopportabile. Era tornato a Brooklyn, si era fatto visitare.

Dopo una TAC e due risonanze magnetiche la diagnosi era stata terribile: osteosarcoma, tumore maligno delle ossa (fonte New York Times). In seguito la diagnosi era stata riformulata, trasformata in tumore benigno.

Jacobs aveva 24 anni ed era un pugile.

Da dilettante aveva vinto quattro volte i Golden Gloves, da professionista aveva un record di 21-1 e uno sfortunato tentativo per il titolo Wbo dei medi alle spalle.

Il 31 luglio del 2010 era salito sul ring di Las Vegas per affrontare Dmitry Pirog, corona in palio. Quattro giorni prima era morta la nonna a cui era molto legato. Il suo clan aveva proposto il rinvio del match, lui non aveva sentito ragioni. Sarebbe salito sul ring e avrebbe dedicato la cintura alla nonna. Ma la vita non è una favola e la boxe non perdona i cali di concentrazione. Pirog, in svantaggio sui cartellini di tutti e tre i giudici di due punti all’inizio del quinto round, scagliava un violento destro di incontro che centrava il ragazzo di Brooklyn alla mascella. L’arbitro neppure dava inizio al conteggio. Knock out dopo cinquantasette secondi di quella maledetta ripresa.

Un anno dopo, il cancro benigno alle ossa.

L’operazione era durata sei ore.

Piangevano tutti. Il manager, la famiglia, gli amici. Speravano uscisse vivo da quella sala d’ospedale, i più ottimisti speravano tornasse a camminare.

Danny Jacobs ce l’ha fatta. È vivo, è tornato a camminare, ad allenarsi, dopo diciannove mesi è addirittura salito di nuovo sul ring.

Da quel giorno, per tutti, è diventato Miracle Man.

Oggi ha 32 anni e non ha certo dimenticato.

Ha una sua fondazione con cui aiuta i bambini in difficoltà. Visita gli ospedali e regala una parola di conforto: “Io sono stato dove voi siete ora. So cosa state provando. Ma ricordatevi, c’è una speranza. Non perdetela mai”. Aiuta anche chi è vittima del bullismo: “Avevo 14 anni e andavo al college. Un mio compagno mi tormentava. L’ho invitato a salire sul ring, l’ho sconfitto. E con lui ho sconfitto le mie paure”. Non tutti possono percorrere la stessa strada, ma la forza interiore e il coraggio di denunciare i soprusi può trovarli anche chi non ha i muscoli di Danny.

Il 5 maggio salirà sul ring della T-Mobile Arena di Las Vegas, metterà in palio il suo titolo Ibf dei medi e affronterà Saul Canelo Alvarez che porterà in dote i titoli Wba e Wbc.

Daniel aveva quindici anni la prima volta che è entrato al Madison Square Garden per assistere a un’edizione dei Golden Gloves, la boxe era la sua passione. Sperava diventasse anche il suo lavoro.

Così è stato.

Adesso ha in bacheca la cintura Ibf dei pesi medi, dopo essere stato campione anche nella versione Wba. E a maggio, con un record di 35-2-0 e 29 ko, sfiderà Canelo: 51-1-2, 35 successi prima del limite.

È decisamente un underdog, lo sfavorito, i bookmaker pagano 3.25 ogni puntata sulla sua vittoria (Alvarez è dato a 1.33).
Miracle Man non dispera e continua a sognare…

(aggiornamento dell'articolo pubblicato sul blog dartortorromeo.com il 15 marzo 2017)

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