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Il viaggio e l’aureola dell’ “anormalità”

Autostrada

Un altra "cosa" non nuova. Ma oggi mi va così...Una semplice dedica a chi nelle mie parole riconosce un po' di stesso; a chi, del pugilato, conosce tutto ciò che a tanti, forse troppi, sfugge...

Gualtiero Becchetti

(17 Luglio 2015)-L’autostrada era lunga e dritta davanti a sé, percorsa da pochi veicoli il cui rombo sembrava uno sbadiglio sotto un sole a picco che rendeva l’asfalto simile ad una palude increspata; gli alberi al di là del guard rail immobili, come se ciascuna foglia si fosse fermata per una lunga siesta, in attesa che il lieve alito d’aria portato da un tardo tramonto desse il segnale che la vita poteva riprendere.

Era dietro al guidatore, con le ginocchia spalancate per trovare spazio e alcune bottigliette d’acqua sparse su fondo dell’auto; i bermuda e la canottiera erano appiccicaticci nonostante l’aria condizionata e un lieve velo di sudore gli appannava gli occhiali da sole. Accanto a lui, con gli occhi chiusi, la testa appoggiata al finestrino e il berretto calato sulla fronte, un suo compagno di palestra sembrava che dormisse, ma lui sapeva che non era vero. Vicino al maestro-autista, nel sedile riservato al più grande del gruppo, il ragazzone con le cuffie alle orecchie e un vistoso tatuaggio sul collo, allungava per quanto poteva le gambe e muoveva la testa al tempo di una musica che solo lui sentiva.

Andavano a combattere chissà dove nell’ambito dell’annuale sagra popolar-religiosa. A quell’ora, in un’estate arroventata dalle bizzarrie del meteo, pensò che normalmente sarebbe stato nella propria stanza, con il climatizzatore a tutto gas, per trastullarsi con il computer o parlare al telefono con gli amici, magari per organizzare una “zingarata” notturna al mare.
Invece s’era svegliato prima del solito per riempire la sacca della società con tutto l’occorrente e per pranzare prima del solito, scombinando gli orari di mamma e papà, dal momento che il viaggio sarebbe stato lungo e faticoso e necessitava di una digestione adeguata.

Poi una scampanellata e il ben noto fischio di richiamo del maestro erano risuonati quasi all’unisono all’interno delle mura di casa. La sacca presa al volo, il cenno di saluto del padre che trasudava di una finta noncuranza piena di ansia e l’inevitabile bacio della mamma con gli occhi quasi umidi e che avrebbero voluto dire tante cose. Il tutto in gran fretta, per rendere il più breve possibile un rito che gli procurava una specie di formicolio in tutto il corpo e una sgradevole sensazione di tam-tam all’interno del petto.
Scese di corsa, depose la sacca nel portabagagli e prese posto, scambiandosi un semplice “ciao” con gli amici e senza parlare, perché aveva già parlato tanto dell’imminente avventura, sia con loro che con se stesso.

I cartelli dell’autostrada, ad uno ad uno, indicavano che la meta era ancora lontana ma s’avvicinava inesorabile e pensò che solo un pazzo in mezzo ad altri pazzi poteva fare una cosa simile. Messi tutti insieme aveva sostenuto una manciata di match appena, eppure in cambio di qualche euro avevano scelto di attraversare un bel pezzo d’Italia in ore impossibili per andare a sfidare sul ring altri matti come loro, dopodiché sarebbero risaliti in auto per tornare a casa. Magari affranti per la sconfitta, magari esaltati per una minuscola vittoria. Certamente un po’ ammaccati e di tali ammaccature avrebbero fatto persino vanto con i coetanei nei giorni seguenti.
Chi tra loro tre avrebbe raggiunto il successo? Chi sarebbe stato immortalato a perenne memoria in una foto sulla parete d’onore della palestra? Chi lo poteva dire!… Lui per prima non si faceva illusioni e, anzi, passando con lo sguardo sui compagni di viaggio si rendeva conto che probabilmente nessuno avrebbe avuto un flirt con la gloria.
A quel punto, si appallottolò su se stesso e a sua volta fece finta di dormire.

Non gli importava nulla dei calcoli sul futuro, dell’assurdità di ciò che stava facendo, di quella luce abbacinante che filtrava dai finestrini quasi a santificargli l’aureola dell’ “anormalità”.

Non gli fregava niente di niente.
Gli piaceva tutto ciò, anche quando somigliava a qualcosa di brutto. Ed era bello essere lì.

https://gualtierobecchetti.wordpress.com/

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